Previsioni Oltraggiose
Oro alla patria? No, questa volta oro ai cittadini
Ruben Dalfovo
Investment Strategist
Nonostante ciò, il Brent viene scambiato intorno a USD 90 al barile, ben lontano dai picchi registrati nelle prime fasi della crisi e, soprattutto, da quei livelli che storicamente accompagnano una prolungata interruzione del più importante punto di passaggio del petrolio a livello globale.
La relativa tenuta dei prezzi è il risultato di una combinazione straordinaria di fattori mitiganti. Le infrastrutture di esportazione alternative sono state sfruttate al massimo delle loro capacità, le riserve strategiche sono state mobilitate, i flussi commerciali globali sono stati ridisegnati e i consumatori hanno reagito all'aumento dei prezzi riducendo la domanda. A tutto questo si è aggiunto il rallentamento della domanda cinese di greggio, che ha fornito un ulteriore elemento di sostegno all'equilibrio del mercato.
Queste misure hanno evitato una grave carenza di petrolio greggio, ma non hanno eliminato le tensioni sottostanti. Al contrario, la pressione si è progressivamente spostata a valle della filiera energetica, dove prodotti raffinati come il diesel mostrano segnali di crescente scarsità. Prezzi e margini di raffinazione raccontano infatti una realtà molto più tesa di quanto lascino intendere i soli prezzi del greggio.
Gli ultimi dati di Kpler, società specializzata nell'analisi in tempo reale dei mercati energetici e dei trasporti marittimi, mostrano quanto la situazione resti vulnerabile. I flussi di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz si sono recentemente attestati in media intorno a 6,1 milioni di barili al giorno, contro i circa 15 milioni di barili giornalieri che transitano normalmente. Non tutti questi volumi sono stati definitivamente persi. Parte della produzione è stata temporaneamente ridotta, una quota del greggio si sta accumulando nei paesi del Golfo e alcune esportazioni risultano semplicemente rinviate. Tuttavia, il deficit cumulato evidenzia chiaramente la portata della perturbazione che continua a interessare il mercato.
Ancora più significativo è il crescente squilibrio tra i volumi caricati nei porti del Golfo e quelli che riescono effettivamente a lasciare la regione. Secondo Kpler, nell'ultima settimana i caricamenti hanno raggiunto circa 4,9 milioni di barili al giorno, mentre le autorizzazioni confermate per il transito attraverso Hormuz si sono fermate a soli 2,3 milioni. In altre parole, il greggio entra nella catena di esportazione molto più rapidamente di quanto riesca a uscirne. Per il momento, gli impianti di stoccaggio e le petroliere impiegate come depositi galleggianti stanno contribuendo ad assorbire parte dello squilibrio. Tuttavia, questa soluzione non può durare indefinitamente. Se la capacità di uscita non dovesse migliorare, i produttori potrebbero essere costretti a ridurre prima i caricamenti e successivamente anche la produzione.
In questo contesto, la disponibilità di petroliere dirette verso il Golfo sta diventando importante quanto il numero di navi che riescono a lasciare la regione. Secondo le segnalazioni, gli arrivi in zavorra sono scesi da circa dieci unità al giorno a sole due, mentre Kpler stima che, per le sole VLCC, sarebbero necessari almeno cinque o sei arrivi giornalieri per avviare una normalizzazione della situazione. Nel frattempo, il numero di transiti è tornato a livelli molto contenuti dopo il riaccendersi degli attacchi alle petroliere e gli armatori continuano a richiedere premi di rischio elevati per operare nell'area. A complicare ulteriormente il quadro, una parte crescente del traffico marittimo è diventata difficile da monitorare, poiché molte navi spengono o alterano i segnali AIS utilizzati per il tracciamento.
Lo Stretto di Hormuz può quindi essere considerato tecnicamente aperto, ma sul piano operativo rimane fortemente compromesso.
In questo contesto, un Brent intorno a USD 90 al barile può apparire sorprendentemente contenuto. Diverse dinamiche contribuiscono a spiegare questa apparente anomalia.
In primo luogo, il mercato ha trovato modi alternativi per aggirare almeno in parte il collo di bottiglia rappresentato da Hormuz. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti hanno sfruttato al massimo la capacità degli oleodotti che bypassano lo Stretto, mentre una quota crescente delle esportazioni è stata reindirizzata verso porti alternativi o gestita tramite trasferimenti nave-nave. Queste soluzioni non sono in grado di sostituire completamente Hormuz, ma ogni barile aggiuntivo che raggiunge il mercato contribuisce ad attenuare la carenza immediata.
In secondo luogo, le riserve strategiche hanno fornito un sostegno cruciale, seppur temporaneo. I governi, guidati dagli Stati Uniti, hanno di fatto anticipato disponibilità futura per mitigare gli effetti della crisi, immettendo sul mercato milioni di barili e contribuendo a mantenere i consumi nonostante la riduzione dell'offerta proveniente dal Medio Oriente. Senza questi interventi, le scorte commerciali si sarebbero probabilmente ridotte in misura molto più significativa.
Il costo di questa strategia sta però diventando sempre più evidente. Dopo essere state ricostituite oltre i 415 milioni di barili all'inizio dell'anno, le riserve petrolifere strategiche statunitensi sono scese sotto i 300 milioni di barili, riducendo sensibilmente il margine di sicurezza accumulato prima del conflitto. Un report della CNBC ha inoltre evidenziato come l'intensità dei recenti prelievi possa introdurre rischi operativi per le circa 60 caverne saline utilizzate per lo stoccaggio lungo la Gulf Coast tra Texas e Louisiana. In sostanza, il mercato è stato stabilizzato utilizzando risorse che dovranno essere ricostituite in futuro, al prezzo di una minore capacità di risposta a eventuali nuovi shock.
Un terzo fattore è rappresentato dalla distruzione della domanda. Prezzi elevati e rallentamento economico hanno inevitabilmente modificato i comportamenti di consumatori e imprese, riducendo una parte dei consumi. L'Agenzia Internazionale dell'Energia prevede ora che la domanda globale di petrolio si contragga di circa 1,6 milioni di barili al giorno nel 2026, il calo annuale più marcato dalla crisi del 2020. Si tratta di un segnale che evidenzia come la riduzione della domanda stia iniziando a compensare una parte dello shock dell'offerta.
In questo quadro, la Cina ha svolto un ruolo particolarmente importante. Le importazioni cinesi di greggio hanno registrato un netto rallentamento nel 2026, contribuendo ad allentare la pressione sul mercato internazionale. Tra aprile e luglio il Paese ha importato complessivamente circa 1 miliardo di barili, rispetto agli 1,4 miliardi dello stesso periodo del 2025. Considerando che la Cina è il principale importatore mondiale di petrolio, questa riduzione ha liberato volumi significativi per altri acquirenti, limitando la competizione per le forniture disponibili.
Infine, il mercato continua a considerare l'esistenza di una consistente quantità di offerta potenziale attualmente bloccata nel Golfo Persico. Qualora venisse raggiunto un accordo politico in grado di normalizzare il traffico marittimo attraverso Hormuz, il greggio accumulato negli stoccaggi e parte della produzione temporaneamente sospesa potrebbero gradualmente tornare sul mercato. Questa prospettiva contribuisce a contenere il premio al rischio geopolitico incorporato nei prezzi, poiché gli operatori sanno che una quota rilevante dell'offerta non è andata perduta, ma soltanto rinviata nel tempo.
La relativa stabilità del mercato del greggio contrasta sempre più con le tensioni estreme che si osservano nei prodotti raffinati, e in particolare nel diesel. Il crack spread WTI-ULSD è salito fino a circa USD 103 al barile, mentre il crack Brent-gasoil in Europa ha raggiunto circa USD 77 al barile, entrambi livelli record. Anche i margini della benzina restano elevati, ma la pressione sui distillati medi è significativamente più intensa.
Il motivo è strutturale. I Paesi del Medio Oriente non esportano soltanto greggio, ma anche grandi volumi di prodotti raffinati, e molte delle loro qualità di petrolio, più pesanti, sono particolarmente adatte alla produzione di diesel e altri distillati medi. Le interruzioni delle esportazioni dal Golfo colpiscono quindi il mercato su due fronti: da un lato riducono direttamente la disponibilità di prodotti raffinati, dall'altro limitano l'approvvigionamento di materia prima per le raffinerie di altre regioni.
A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge la Russia. Gli attacchi ucraini alle infrastrutture di raffinazione russe hanno compromesso un'altra importante fonte di diesel per il mercato globale, costringendo Europa e altre aree fortemente dipendenti dalle importazioni a contendersi un numero sempre più limitato di carichi disponibili.
Le raffinerie statunitensi hanno reagito aumentando la produzione. Margini eccezionalmente elevati hanno incentivato alti tassi di utilizzo degli impianti e le esportazioni di diesel dagli Stati Uniti sono cresciute rapidamente, mentre acquirenti in Europa, America Latina e altre regioni cercano di assicurarsi forniture aggiuntive. Nonostante ciò, il mercato continua a mostrare segnali di scarsità. Le scorte di distillati negli Stati Uniti restano infatti su livelli stagionalmente molto bassi, a testimonianza di una domanda globale che continua a superare la capacità di ricostituzione delle riserve.
Nel frattempo, il tema è diventato anche politico. Con i prezzi dei carburanti al centro del dibattito interno in vista delle elezioni di metà mandato, gli operatori monitorano con attenzione le possibili iniziative dell'amministrazione Trump, inclusa l'ipotesi di limitare le esportazioni di carburanti raffinati per aumentare la disponibilità sul mercato domestico. L'efficacia di una simile misura, tuttavia, appare tutt'altro che scontata. La Costa del Golfo concentra circa il 55% della capacità di raffinazione degli Stati Uniti e gran parte della produzione destinata all'export. Le limitate connessioni tramite oleodotti e trasporto terrestre rendono infatti difficile reindirizzare rapidamente questi volumi verso i mercati interni. Per questo motivo, molti operatori ritengono che restrizioni alle esportazioni potrebbero produrre l'effetto opposto a quello desiderato: prezzi domestici temporaneamente più bassi rispetto al resto del mondo ridurrebbero gli incentivi alla produzione, scoraggiando investimenti e volumi di raffinazione. In ultima analisi, una minore attività delle raffinerie restringerebbe sia l'offerta statunitense sia quella globale, aggravando la scarsità di diesel e contribuendo a sostenere ulteriormente i prezzi nel medio termine. Per questo motivo, il mercato dei distillati continua oggi a rappresentare il punto di maggiore vulnerabilità dell'intera catena petrolifera, molto più di quanto suggerisca l'andamento relativamente stabile del greggio.
Per il mercato del greggio, uno degli indicatori più importanti nei prossimi mesi potrebbe essere l'andamento degli arrivi di petroliere in zavorra nel Golfo Persico. Secondo Kpler, un ritorno stabile verso cinque-sei VLCC al giorno consentirebbe di smaltire il petrolio accumulato negli stoccaggi, ridurre la pressione logistica nella regione e favorire una maggiore fluidità delle esportazioni. In questo scenario, il Brent potrebbe rimanere relativamente contenuto anche in presenza di tensioni geopolitiche persistenti. Il rischio opposto è che questo recupero non si concretizzi. Se i caricamenti continueranno a superare la capacità effettiva di uscita, i produttori del Golfo potrebbero essere costretti a ridurre progressivamente le esportazioni e, successivamente, la produzione. A quel punto, una parte dei barili oggi semplicemente ritardati si trasformerebbe in una vera perdita di offerta, con implicazioni potenzialmente più rilevanti per il mercato globale.
Per consumatori e imprese, tuttavia, la questione più urgente riguarda i prodotti raffinati. I margini record del diesel indicano che il sistema energetico globale dispone di una capacità di riserva molto limitata proprio nel segmento più critico della catena di approvvigionamento. Un Brent intorno a USD 90 al barile può trasmettere l'impressione di un mercato tutto sommato sotto controllo, ma un diesel che quota oltre USD 100 al barile rispetto al greggio racconta una realtà decisamente diversa.
Dopo oltre sei mesi di interruzioni, il mercato petrolifero ha dimostrato una notevole capacità di adattamento. Rotte commerciali alternative, rilasci di riserve strategiche, aumento delle esportazioni statunitensi e rallentamento della domanda hanno contribuito a evitare un'impennata molto più marcata dei prezzi del greggio. Tuttavia, queste misure hanno soprattutto redistribuito le tensioni anziché eliminarle. La pressione si è progressivamente spostata lungo la filiera energetica, fino a concentrarsi nei prodotti raffinati, dove l'offerta appare sempre più limitata. La relativa calma del mercato del greggio rischia quindi di mascherare il messaggio più importante che emerge oggi dal settore energetico: il mondo è riuscito a trovare abbastanza petrolio, ma sta incontrando crescenti difficoltà nel trasformarlo e distribuirlo sotto forma dei carburanti di cui economie e consumatori hanno effettivamente bisogno.