Oracle contro Adobe: l’IA premia la scarsità e penalizza l’incertezza
Punti chiave
- Oracle beneficia del boom della domanda di cloud per l'IA, trasformando l’interesse del mercato in ricavi, anche se i costi di espansione restano elevati.
- Adobe registra una forte adozione dei propri strumenti di IA, ma gli investitori vogliono capire se questa crescita sarà sufficiente a sostenere il potere di prezzo.
- La vera sfida non è adottare l'IA, ma trasformarla in profitti: il mercato premia le aziende che riescono a monetizzare gli investimenti e a rafforzare il proprio vantaggio competitivo.
Il 10 settembre 2026, Oracle e Adobe hanno pubblicato risultati che raccontano due storie molto diverse sull’intelligenza artificiale.
Oracle, storicamente associata ai database, sta investendo massicciamente per affermarsi come fornitore di infrastrutture e capacità di calcolo per l’IA. Adobe, proprietaria di software leader come Photoshop e Acrobat, deve invece dimostrare di poter mantenere il proprio vantaggio competitivo in un contesto in cui l’intelligenza artificiale rende la creazione di contenuti più accessibile e automatizzata.
Per Oracle, la sfida è trasformare la forte domanda di IA in ricavi sufficienti a giustificare gli enormi investimenti infrastrutturali. Per Adobe, è dimostrare che l’IA rafforzi il valore dei suoi prodotti invece di renderli più facilmente sostituibili. I risultati non forniscono ancora una risposta definitiva, ma rendono molto più chiari i punti su cui il mercato sta concentrando l’attenzione.
Oracle mostra finalmente risultati concreti
La risposta più convincente arriva dal cloud: i ricavi sono cresciuti del 121% raggiungendo 7,4 miliardi di dollari.
È un dato che conta più del semplice superamento delle attese sugli utili. Da oltre un anno Oracle chiede agli investitori di accettare investimenti straordinari oggi in cambio di futuri ricavi legati all’IA. Questo trimestre suggerisce che quel momento stia iniziando ad arrivare.
Nel periodo, Oracle ha aggiunto 850 MW di capacità nei data center e siglato oltre 30 miliardi di dollari di nuovi contratti cloud legati all’IA. Le RPO (obbligazioni di prestazione residue) sono salite a 664 miliardi di dollari, segnalando una domanda sempre più concreta e visibile.
Tuttavia, un portafoglio ordini consistente non equivale automaticamente a generare cassa. Nel trimestre il capex ha raggiunto 28,5 miliardi di dollari, destinati principalmente all’espansione delle infrastrutture per i data center. I prepagamenti dei clienti e i contributi in hardware aiutano a sostenere gli investimenti, ma Oracle deve ancora dimostrare di poter trasformare questi impegni in rendimenti adeguati.
È un passo avanti importante, ma non ancora il punto di arrivo.
Adobe ha gli utenti. Ora deve dimostrare di poter monetizzare l'IA
Per Adobe la sfida è quasi speculare.
I ricavi sono cresciuti del 13% raggiungendo 6,76 miliardi di dollari, mentre i ricavi ricorrenti annualizzati (ARR) dei prodotti basati sull’IA sono aumentati di oltre il 150%. L’azienda ha inoltre superato 1 miliardo di utenti attivi mensili tra le sue piattaforme dedicate alla creatività e alla produttività.
Numeri che indicano una forte adozione dei prodotti, non certo un disinteresse da parte degli utenti.
Eppure, le previsioni sui ricavi per il quarto trimestre sono risultate leggermente inferiori alle attese del mercato. Ed è proprio qui che si concentra il dibattito: non se Adobe sia in grado di integrare l’IA nei propri prodotti, ma se questa tecnologia sia in grado di rafforzarne il vantaggio competitivo.
La differenza è fondamentale.
Se l’IA rende Photoshop, Acrobat e gli altri strumenti più utili e indispensabili, Adobe può aumentare il valore offerto ai clienti, sostenere i prezzi e rafforzarne la fedeltà. Se invece l’IA consente di ottenere risultati "abbastanza buoni" attraverso alternative più economiche, una maggiore adozione delle funzionalità di IA potrebbe non tradursi in un maggiore potere di prezzo.
Da qui la sfida per il nuovo CEO, Anil Chakravarthy, che assumerà l’incarico il 1° dicembre: trasformare la crescente adozione dell’IA in una maggiore redditività e in un vantaggio competitivo più solido, non semplicemente in nuove funzionalità.
Una tecnologia, due prove molto diverse
Oracle e Adobe dimostrano perché la sola esposizione all’IA non basta a raccontare una tesi d’investimento.
Oracle vende una risorsa sempre più scarsa: la capacità di calcolo. La sua sfida è sostenere gli ingenti investimenti necessari per espandere l’infrastruttura. Adobe, invece, vende software con margini storicamente elevati. La sua sfida è preservare il proprio vantaggio competitivo in un contesto in cui l’IA riduce le barriere alla creazione di contenuti digitali.
Per Oracle, la questione centrale è capire se ricavi e flussi di cassa riusciranno a tenere il passo con la spesa infrastrutturale. Per Adobe, il segnale più importante sarà verificare se gli strumenti basati sull’IA riusciranno a sostenere ricavi ricorrenti, fidelizzazione della clientela e maggiore potere di prezzo.
La domanda più utile per gli investitori non è se un’azienda utilizzi l’IA, ma se questa tecnologia rafforzi la relazione con i clienti, consolidi il vantaggio competitivo e migliori la redditività del business.
Rischi da tenere d’occhio
Oracle: il fattore critico resta la capacità di esecuzione. La costruzione e l’espansione dei data center richiedono investimenti elevati e dipendono dalla disponibilità di chip, energia e infrastrutture. Un aumento della spesa non accompagnato da una crescita altrettanto solida di ricavi e flussi di cassa rappresenterebbe un segnale di attenzione.
Adobe: i principali rischi riguardano la concorrenza e la fase di transizione manageriale. I nuovi operatori focalizzati sull’IA si muovono rapidamente, mentre l’azienda si prepara a un cambio di CEO e non dispone ancora di un CFO permanente. Un’elevata adozione delle funzionalità di IA accompagnata da previsioni di crescita deludenti o da una maggiore pressione sui prezzi potrebbe indicare che l’innovazione tecnologica non si sta traducendo in un adeguato valore economico.
La bussola per gli investitori
- Monitorare la conversione della domanda in risultati concreti: per Oracle, confrontare la crescita dei contratti con l'andamento di ricavi, flussi di cassa e investimenti infrastrutturali.
- Distinguere tra adozione e monetizzazione: per Adobe, la diffusione degli strumenti di IA conta soprattutto se si traduce in ricavi ricorrenti più elevati e in una maggiore capacità di sostenere i prezzi.
- Valutare l'impatto sul vantaggio competitivo: chiedersi se l'IA renda l'azienda più difficile da sostituire o se aumenti semplicemente costi e complessità operative.
Due storie sull’IA ancora aperte
Oracle e Adobe hanno affrontato questa stagione degli utili partendo da sfide molto diverse. I risultati hanno contribuito a chiarire le questioni chiave, ma non hanno ancora fornito risposte definitive.
Oracle ha offerto segnali più concreti sulla solidità della domanda legata all’IA. Ora dovrà dimostrare di poter trasformare gli ingenti investimenti infrastrutturali in rendimenti sostenibili nel tempo. Adobe, dal canto suo, ha confermato il forte interesse degli utenti per le proprie soluzioni basate sull’IA, ma deve ancora dimostrare che queste rafforzino la disponibilità dei clienti a continuare a scegliere i suoi prodotti e a pagarli.
Per gli investitori, la lezione è chiara: l’intelligenza artificiale non rappresenta un’opportunità uniforme, ma mette alla prova i diversi modelli di business. I potenziali vincitori non saranno necessariamente le aziende che utilizzano più IA, ma quelle capaci di trasformarla in relazioni più solide con i clienti, maggiore redditività e una crescita sostenibile dei flussi di cassa.