L’oro si sgancia dai rendimenti reali: i timori fiscali alimentano la domanda
Punti chiave
- I rendimenti reali del Treasury USA a 10 anni sono ai massimi da oltre 20 anni, un tradizionale vento contrario per l’oro privo di rendimento.
- Le detenzioni negli ETF sull’oro continuano ad aumentare nonostante i rendimenti reali più elevati, segnando uncambiamento significativo rispetto al comportamento osservato nel 2022-23.
- Nel 2022–23 gli acquisti delle banche centrali hanno contribuito a “sganciare” il prezzo dell’oro dai rendimenti reali; oggi è la stessa domanda via ETF a mostrare un disallineamento analogo.
- I timori legati a deficit e debito pubblico potrebbero ridefinire la relazione tra rendimenti e oro, con rendimenti lunghi più alti sempre più interpretati come segnale di rischio e non solo come alternativa attraente al metallo.
I rendimenti reali dei Treasury USA a 10 anni hanno raggiunto venerdì il livello più alto degli ultimi vent'anni, attestandosi al 2,63% (+76 punti base da inizio anno), mentre le detenzioni complessive negli ETF sull’oro hanno continuato a recuperare terreno dopo il calo registrato nel primo semestre del 2026. Questa divergenza evidenzia un disallineamento sempre più marcato rispetto alla storica relazione inversa tra la domanda di oro e i rendimenti reali.
In termini semplici, il rendimento reale rappresenta il rendimento atteso di un’obbligazione al netto dell’inflazione. Storicamente è stato uno dei principali driver dell’oro: il metallo giallo, così come altri hard asset quali argento e platino, non genera interessi né dividendi e, di conseguenza, rendimenti reali più elevati tendono a rendere relativamente più attraente l’investimento in obbligazioni. In genere, quando i rendimenti reali salgono, l’oro tende a subire pressioni.
Nel 2022 e nel 2023, mentre le banche centrali aumentavano aggressivamente i tassi d’interesse e i rendimenti reali balzavano verso l’alto, gli investitori, soprattutto nei mercati occidentali, ridussero l’esposizione all’oro tramite ETF. Eppure, il prezzo del metallo prezioso rimase sorprendentemente resiliente, sostenuto da consistenti acquisti da parte delle banche centrali che compensarono le vendite degli ETF. In altre parole, il prezzo dell’oro si è "sganciato" dai rendimenti reali, mentre le detenzioni negli ETF continuavano a rifletterne l’andamento. Oggi, invece, anche la domanda veicolata attraverso gli ETF mostra segnali sempre più evidenti dello stesso disallineamento.
Nota: le performance passate non sono indicative di risultati futuri.
Oggi il quadro è cambiato nuovamente. I rendimenti reali continuano a salire e il Treasury USA a 10 anni ha raggiunto i livelli più elevati degli ultimi vent'anni, sostenuto da un'inflazione persistente e da un nuovo rialzo dei rendimenti governativi sulla parte lunga della curva. Eppure, anziché innescare un'altra ondata di vendite sugli ETF sull'oro, la domanda degli investitori per il metallo prezioso continua a mostrare resilienza. Questa volta, quindi, non è soltanto il prezzo dell'oro ad essersi sganciato dai rendimenti reali: anche le detenzioni negli ETF stanno evidenziando una dinamica simile.
Ciò suggerisce che il tradizionale concetto di costo opportunità, secondo cui rendimenti reali più elevati rendono meno attraente un'attività priva di rendimento come l'oro, stia progressivamente perdendo forza di fronte ad altri fattori. Tra questi spiccano le crescenti preoccupazioni per la sostenibilità fiscale e l'aumento dell'onere del debito pubblico. Rendimenti a lungo termine più elevati possono infatti essere interpretati non solo come un'alternativa interessante all'oro, ma anche come un potenziale segnale di rischio fiscale, aumento dei costi di finanziamento del debito e possibili vulnerabilità per la stabilità finanziaria. In questo contesto, il ruolo dell'oro come bene rifugio al di fuori del sistema finanziario tradizionale può assumere un'importanza crescente.
Ne emerge uno scenario insolito in cui rendimenti reali elevati e in aumento non rappresentano necessariamente un fattore ribassista per l'oro. Insieme alla domanda persistente delle banche centrali, il ritorno degli investitori occidentali sugli ETF sull'oro, affiancato da una domanda già robusta in Asia, suggerisce che la platea di investitori a sostegno del metallo prezioso sia oggi più ampia e diversificata rispetto al periodo 2022-2023.