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Il petrolio scuote i mercati: rendimenti in ascesa e metalli in ritirata ridisegnano il rally delle commodity

Materie Prime 5 minutes to read

Punti chiave

  • L’energia spinge le materie prime verso nuovi record: il Bloomberg Commodity Total Return Index (BCOM TR) si avvia alla quinta settimana consecutiva di rialzi e a nuovi massimi storici, sostenuto dall’impennata di petrolio, diesel e gas naturale europeo.
  • Lo shock petrolifero si trasforma in un rischio macroeconomico: le tensioni sull’offerta in Medio Oriente alimentano il rialzo dei carburanti, rafforzano le aspettative d’inflazione e spingono i rendimenti obbligazionari, aumentando il rischio di politiche monetarie più restrittive.
  • Metalli sotto pressione per il rialzo dei rendimenti: l’oro torna a testare livelli di supporto cruciali, mentre il premio sul rame legato ai dazi si riduce sensibilmente, nonostante prospettive di lungo termine ancora costruttive.
  • Il rally agricolo perde slancio: il posizionamento speculativo ai massimi rende cereali e soft commodity sempre più dipendenti da nuovi fattori rialzisti dopo l’esaurimento della spinta dell’ultimo rialzo.

Il rally delle materie prime si è esteso per una quinta settimana consecutiva, ma dietro la forza dell’indice aggregato emergono divergenze sempre più marcate tra i vari settori. Il Bloomberg Commodity Total Return Index (BCOM TR) è in rialzo di circa il 2% questa settimana, avviandosi verso un nuovo massimo storico e portando il guadagno da inizio anno oltre il 36%. Senza il contributo del comparto energetico, tuttavia, la performance del 2026 si ridurrebbe a circa il 13,5%, con cereali e metalli industriali tra i principali motori della crescita.

L’energia continua a dominare la scena, con un progresso settimanale vicino all’8%, nonostante la debolezza del gas naturale statunitense. Il greggio avanza di quasi l’8%, mentre il diesel guadagna circa l’11%, sostenuto da mercati dei prodotti raffinati già in tensione che scontano un ulteriore peggioramento dell’offerta dal Medio Oriente. La performance migliore della settimana è però quella del gas naturale europeo, in rialzo del 13% e sui massimi degli ultimi tre anni, grazie a prospettive di offerta limitata proprio mentre si avvicina la stagione di massima domanda invernale.

Nel resto del comparto delle materie prime il quadro è molto diverso. I metalli preziosi si avviano verso la terza settimana consecutiva di ribassi, con una perdita di circa il 2%, mentre i metalli industriali arretrano dell’1,5%. L’agricoltura, invece, resta sostanzialmente invariata, nonostante il forte aumento delle posizioni speculative accumulato di recente dagli hedge fund nei mercati dei cereali e delle soft commodity.

Questa crescente divergenza suggerisce un cambiamento significativo nella narrativa di mercato. Lo shock energetico non sta più sostenendo soltanto i prezzi delle materie prime, ma sta iniziando a influenzare anche il contesto macroeconomico più ampio. Attraverso il suo impatto su inflazione, rendimenti obbligazionari, politica monetaria e prospettive di crescita globale, il rialzo dell’energia sta infatti creando pressioni e venti contrari per altri segmenti del mercato delle commodity.

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Rendimenti totali dell’ultima settimana Fonte: Bloomberg e Saxo Nota: Le performance passate non sono una garanzia di risultati futuri.

Lo shock energetico si intensifica

Il Brent è balzato di oltre il 6% giovedì, complice l’escalation del conflitto in Medio Oriente e i timori sull’offerta saudita, che aggiungono un ulteriore livello di rischio a un mercato già pfortemente sotto pressione. Gli attacchi Houthi contro infrastrutture energetiche saudite hanno imposto lo stop a parte delle operazioni, mentre fonti non confermate parlano di danni all’oleodotto strategico Est–Ovest verso Yanbu. Con una capacità di circa 5 milioni di barili al giorno, l'oleodotto è cruciale nel contesto delle interruzioni del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz, la condotta permette al greggio saudita di raggiungere i terminal sul Mar Rosso senza transitare per il collo di bottiglia.

A rafforzare l’impulso rialzista è arrivata la comunicazione di Riad all’OPEC: la produzione saudita è scesa in agosto a 6,23 milioni bbl/giorno, il minimo dal 1990. Insieme agli attacchi e contrattacchi alle navi nell’area di Hormuz, il calo ha ulteriormente irrigidito un mercato fisico già sotto stress.

Concentrarsi solo sul Brent, però, rischia di sottostimare l’ampiezza della stretta. I prodotti raffinati restano sotto una pressione ancora maggiore: il diesel ha nuovamente sovraperformato il greggio questa settimana, scambiando ben oltre 200 USD/bbl. I distillati medi sono il “cuore” operativo di autotrasporto, shipping, aviazione, agricoltura, edilizia e industria; prezzi elevati e persistenti si trasmettono rapidamente all’inflazione generale.

È anche per questo che l’ultimo balzo del petrolio è diventato sempre più una questione macroeconomica e non soltanto legata alle materie prime: crescita, aspettative d’inflazione, politica monetaria e rendimenti stanno risentendo dello shock. Alcune speranze si legano ora all’incontro di lunedì, quando i ministri degli Esteri del Golfo vedranno l’omologo iraniano: Oman e Iran spingono per un’intesa temporanea di gestione del traffico nello Stretto di Hormuz.

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Brent, prodotti raffinati e gas naturale europeo, quotati in dollari USA per barile Fonte: Bloomberg e Saxo

Petrolio e inflazione spingono i rendimenti nettamente più in alto

I mercati obbligazionari globali hanno subito un nuovo e significativo sell-off giovedì, con il rincaro dell’energia e i segnali restrittivi provenienti dalla BCE che hanno riacceso i timori di un’inflazione più persistente.

La BCE ha rivisto al rialzo le previsioni sull’inflazione core per i prossimi due anni e migliorato le stime sulla crescita per il 2027, innescando pesanti vendite sui Bund. Parallelamente, i Treasury statunitensi hanno registrato un marcato aumento dei rendimenti lungo tutta la curva: il biennale è salito di oltre 15 punti base, superando il 4,58% e raggiungendo un nuovo massimo di ciclo, mentre il decennale ha oltrepassato il 4,96%, riportando al centro dell’attenzione la soglia psicologica del 5%.

Il movimento si è verificato alla vigilia della pubblicazione del dato CPI di agosto, ultimo indicatore chiave sull’inflazione prima della riunione del FOMC del 15-16 settembre. Il mercato dei tassi attribuisce attualmente circa il 70% di probabilità a un rialzo dei tassi e continua a prezzare, con crescente convinzione, ulteriori due interventi restrittivi entro fine anno.

Uno shock energetico prolungato rischia di mantenere elevate le pressioni inflazionistiche proprio mentre il costo del credito continua a frenare l’attività economica. I mercati stanno quindi mettendo alla prova la capacità delle banche centrali di contenere la nuova ondata inflazionistica senza provocare tensioni finanziarie più ampie.

L’oro cede terreno nonostante le tensioni geopolitiche

L’impatto di questo cambiamento di scenario è apparso con particolare evidenza nei metalli preziosi. L’ultimo balzo di petrolio e rendimenti ha spinto l’oro verso, ma non sotto, l’area di supporto a 4.300 USD, indirizzandolo verso una terza settimana consecutiva di ribassi. A prima vista, la debolezza del metallo giallo in piena escalation delle tensioni in Medio Oriente può sembrare controintuitiva. In realtà, la catena di trasmissione geopolitica → prezzi dell’energia → mercati obbligazionari sta compensando in misura significativa il tradizionale sostegno derivante dalla domanda di beni rifugio.

L’aumento dei prezzi di petrolio e carburanti alimenta le aspettative d’inflazione, che a loro volta sostengono i rendimenti dei titoli di Stato e rafforzano le attese di ulteriori strette monetarie. Con il costo opportunità di detenere un’attività priva di rendimento in aumento, il supporto offerto dalla componente geopolitica fatica a compensare la pressione esercitata dai rendimenti in rialzo.

Dal punto di vista tecnico, l’oro è tornato nella parte inferiore dell’intervallo delineato dopo il rimbalzo di agosto. Il supporto in area 4.300 USD ha finora impedito una discesa verso il supporto più significativo situato in prossimità di 4.000 USD. Al rialzo, la media mobile a 200 giorni, attualmente in area 4.537 USD, continua a rappresentare la principale resistenza da superare.

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Oro spot Fonte: Saxo Nota: Le performance passate non costituiscono una garanzia di rendimenti futuri.

L’attuale correzione non invalida necessariamente la visione costruttiva di lungo periodo. La domanda delle banche centrali rimane solida, le preoccupazioni sulla sostenibilità fiscale non sono scomparse e l’ultimo shock energetico potrebbe, nel tempo, rafforzare la ricerca di strumenti di copertura contro l’inflazione e di diversificazione del portafoglio. Nel breve periodo, tuttavia, la direzione di rendimenti obbligazionari e dollaro continua a rappresentare il principale driver per il mercato dell’oro.

Argento e platino hanno registrato perdite ancora più accentuate questa settimana, riflettendo la loro maggiore sensibilità al deterioramento del sentiment sui metalli industriali.

Il premio legato ai dazi sul rame si ridimensiona

Il rame ha raggiunto nuovi massimi sia a Londra sia a New York prima di subire una brusca correzione, guidata dal future High Grade statunitense, dopo che Reuters ha riportato come le preoccupazioni per l'inflazione e l'impatto sui costi a valle abbiano frenato la decisione dell’amministrazione USA sull’introduzione di eventuali dazi alle importazioni di rame raffinato. Le attese di nuove tariffe hanno contribuito in modo significativo al rally di quest’anno: in vista di un possibile annuncio, molti operatori hanno anticipato le spedizioni verso gli Stati Uniti, determinando un accumulo record di scorte al COMEX e una minore disponibilità di metallo nel resto del mondo.

Nell’ultimo aggiornamento settimanale, circa il 71% delle scorte visibili monitorate dalle principali borse, pari a 696.400 tonnellate, risultava localizzato negli Stati Uniti, nonostante il Paese rappresenti soltanto una quota limitata della domanda globale. In altre parole, una parte significativa del metallo si è accumulata dove era meno necessaria.

La correzione di questa settimana appare quindi più come il ridimensionamento di un premio generato dalle aspettative di politica commerciale che come una revisione della tesi fondamentale sul rame. Il premio di New York rispetto a Londra si è ridotto, ma non si è annullato; affinché i flussi tornino verso regioni in cui il mercato fisico resta più teso, sarebbe probabilmente necessario che il rame statunitense trattasse a sconto rispetto a quello quotato a Londra.

Nel frattempo, la tesi strutturale rimane supportata da un’offerta mineraria limitata e da una domanda in crescita legata alle reti elettriche, alle energie rinnovabili, ai veicoli elettrici e all’espansione delle infrastrutture per l’intelligenza artificiale e i data center. Il crollo delle treatment charges in Cina continua inoltre a segnalare una carenza di concentrato disponibile per le fonderie.

Il rally agricolo perde slancio

L’agricoltura offre un ulteriore esempio dell’importanza del posizionamento degli investitori. Nella settimana conclusa il 1° settembre, la posizione netta lunga del managed money su dieci contratti chiave tra cereali e soft commodity è salita al record di 1,37 milioni di contratti, il livello più elevato dall’inizio delle serie comparabili nel 2006, per un valore nominale di circa 53 miliardi di dollari. Il dato conclude quattro settimane eccezionali durante le quali la posizione aggregata è quasi triplicata, mentre il Bloomberg Agriculture Index raggiungeva i massimi degli ultimi tre anni. Posizionamenti record sono stati registrati su diversi mercati, tra cui mais, zucchero, farina di soia e cotone.

Nonostante ciò, il comparto ha mostrato difficoltà nel proseguire il rally e i cereali hanno chiuso la settimana sostanzialmente invariati. La soia ha raggiunto i livelli più elevati dal 2023 mentre il mercato valutava gli acquisti cinesi di fagioli statunitensi in vista dell’atteso incontro tra il presidente USA Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping. Il recupero del grano è stato invece compensato da prese di profitto sul mais in attesa del report USDA WASDE di venerdì, che dovrebbe fornire un quadro più chiaro dell’impatto di caldo e siccità sul Midwest statunitense durante l’estate, aggiornando le stime su rese, produzione, scorte e domanda per l’export.

L’attenzione resta puntata anche sul Mar Nero, dove il conflitto tra Russia e Ucraina continua a minacciare produzione, stoccaggi e infrastrutture di esportazione. I recenti sforzi diplomatici non hanno prodotto progressi significativi e, in alcuni momenti, la prospettiva di un cessate il fuoco più duraturo ha esercitato pressioni sui prezzi alimentando aspettative di una normalizzazione dei flussi commerciali. Tuttavia, il Mar Nero rimane uno snodo essenziale per il commercio agricolo globale e i nuovi attacchi russi mantengono elevata l’attenzione sui rischi per le esportazioni di cereali e oli vegetali della regione.

Nonostante la pausa seguita al forte rialzo dei prezzi, riteniamo che i fattori di supporto e i rischi rialzisti restino sostanzialmente invariati. Le condizioni meteorologiche legate a El Niño, gli acquisti cinesi, le tensioni geopolitiche, la solidità della domanda e le persistenti preoccupazioni sul lato dell’offerta continuano a sostenere diverse aree del comparto. Con livelli di posizionamento così elevati, tuttavia, la soglia necessaria per ulteriori progressi diventa sempre più impegnativa.

Una posizione speculativa netta lunga ai massimi storici implica che il mercato abbia bisogno di nuovi catalizzatori rialzisti anche solo per mantenere l’attuale slancio. In loro assenza, prese di profitto e chiusure di posizioni lunghe potrebbero amplificare anche correzioni relativamente contenute.

Testo a solo scopo informativo; non costituisce una raccomandazione d’investimento. Le performance passate non sono indicative né garantiscono risultati futuri.

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Posizione netta lunga degli investitori speculativi sui future di cereali e soft commodity Fonte: Bloomberg e Saxo

Dallo shock delle materie prime allo shock macroeconomico

Lo sviluppo più importante di questa settimana non è soltanto il nuovo massimo raggiunto dall’indice generale delle materie prime, ma il legame sempre più stretto tra commodity e mercati finanziari globali. L’energia continua a essere il principale motore del rialzo, sostenuta da un’offerta fisica limitata, dalle tensioni geopolitiche e dalla persistente forza dei mercati dei prodotti raffinati. Tuttavia, il rincaro dell’energia non si riflette più soltanto sui prezzi delle materie prime: alimenta i timori per la crescita globale, sostiene le aspettative d’inflazione e spinge al rialzo rendimenti obbligazionari e attese di ulteriori strette monetarie. Per ora, questo contesto pesa sull’oro e su altri asset reali sensibili ai tassi d’interesse, aggiungendo al tempo stesso nuove sfide ai metalli industriali in un quadro caratterizzato da incertezza sulla crescita e sulla politica commerciale.

La questione centrale non riguarda più soltanto l’entità delle interruzioni dell’offerta energetica, ma se il conseguente shock inflazionistico sarà sufficientemente ampio e persistente da costringere le banche centrali a un nuovo irrigidimento della politica monetaria, nonostante condizioni finanziarie già restrittive. I policymaker potrebbero infatti trovarsi a dover reagire agli effetti di seconda battuta, come salari più elevati, maggiori costi di trasporto e rincari nei servizi, anche se lo shock iniziale deriva da problemi di offerta e non da un eccesso di domanda interna. Ulteriori rialzi dei tassi rischierebbero di accentuare le pressioni su immobiliare, credito e finanza pubblica, soprattutto nelle economie più indebitate. Più a lungo durerà lo shock energetico, maggiore sarà il rischio che le banche centrali debbano scegliere tra tollerare un’inflazione superiore agli obiettivi e accettare un rallentamento economico più marcato.

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