Previsioni Oltraggiose
Oro alla patria? No, questa volta oro ai cittadini
Ruben Dalfovo
Investment Strategist
Head of Commodity Strategy
La reazione iniziale del mercato petrolifero alla guerra in Iran appare sorprendentemente contenuta: i benchmark dell’Atlantic Basin mostrano un parziale ritorno alla normalità dopo lo shock geopolitico, con il Brent di nuovo vicino ai 100 dollari al barile e il WTI sotto i 94 dollari. Lo sconto tra i due, tuttavia, si è ampliato fino ai massimi degli ultimi quattro anni, segnale di tensioni ancora irrisolte.
Questa calma apparente, però, nasconde uno stress ben più profondo. Il vero punto critico non è il livello dei prezzi del greggio, ma dove e come si manifesta la pressione. Sempre più spesso, le tensioni emergono al di fuori dei benchmark del greggio: nei prodotti raffinati, nelle dislocazioni regionali e nella parte anteriore della curva dei Future, dove la domanda immediata si scontra con vincoli fisici crescenti.
Lo Stretto di Hormuz resta di fatto bloccato, con un traffico marittimo ridotto al minimo e costantemente esposto a rischi di sicurezza. Le alternative, dai flussi via pipeline da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti al parziale ritorno delle esportazioni dall’Iraq settentrionale tramite la Turchia, hanno offerto solo un sollievo limitato: nessuna di queste rotte può replicare volume e flessibilità del passaggio attraverso il Golfo.
Nel frattempo, la natura stessa della crisi si è trasformata. Il Golfo Persico non è più soltanto un punto di export per il greggio: in dieci anni è diventato uno dei poli globali della raffinazione, da cui partono diesel, jet fuel e altri prodotti cruciali per Europa e Asia. Le attuali interruzioni, quindi, non stanno comprimendo solo l’offerta di greggio, ma anche, e forse soprattutto, quella dei prodotti raffinati, rendendo la crisi più ampia e strutturale.
La persistenza di margini di raffinazione elevati, soprattutto sui distillati medi, è il sintomo più evidente della tensione crescente lungo la catena del valore. I mercati di diesel e jet fuel restano sotto forte pressione: le raffinerie faticano a reperire materie prime adeguate e a mantenere i livelli produttivi, segno che il collo di bottiglia si è ormai spostato in avanti, dai flussi di greggio ai prodotti finiti.
Un fattore chiave che ha finora contenuto l’impennata dei prezzi del greggio è la presenza, ora in rapida erosione, delle scorte galleggianti. A dicembre, il petrolio immagazzinato su navi aveva raggiunto 1,37 miliardi di barili, superando persino i volumi registrati nel 2020, quando la domanda crollò durante la pandemia. Questo livello eccezionalmente elevato ha agito da ammortizzatore temporaneo, attenuando l’impatto immediato delle interruzioni di fornitura e impedendo un rialzo disordinato dei prezzi del greggio.
Ma quel cuscinetto si sta rapidamente dissolvendo. Nelle ultime settimane, le scorte su navi sono diminuite in modo netto e stanno tornando verso il loro range storico. Con l’assottigliarsi delle scorte galleggianti, il mercato diventa più vulnerabile a qualsiasi ulteriore shock: la capacità di assorbire nuovi disallineamenti tra offerta e domanda è ormai ridotta al minimo. Questo cambiamento potrebbe spostare il potere di formazione dei prezzi verso le forniture immediate, i barili disponibili nell’immediato, aumentando la sensibilità a possibili nuove interruzioni.
La dinamica è già evidente nella struttura della curva dei Future. Il mercato mostra una backwardation marcata: i contratti a breve scadenza scambiano a un premium significativo rispetto alle consegne differite. Questa configurazione riflette una scarsità immediata e una disponibilità futura più incerta, con gli operatori disposti a pagare di più per assicurarsi le forniture nel breve periodo piuttosto che confidare sull’arrivo regolare dei flussi nei mesi successivi.
Lo stress, infatti, non si trasmette più soltanto attraverso il prezzo del greggio: si manifesta in margini di raffinazione elevati, prezzi dei prodotti in forte rialzo, dislocazioni regionali e un’accentuata inclinazione della curva forward.
Il Brent vicino ai 100 dollari può sembrare gestibile se osservato isolatamente, ma inserito in un contesto di backwardation record, mercati dei prodotti sempre più tirati e scorte galleggianti in rapido calo, rivela una realtà molto diversa: le fondamenta del mercato restano tutt’altro che bilanciate. Una guerra prolungata potrebbe spingere i prezzi a livelli tali da provocare distruzione della domanda, come già accaduto in Europa durante il picco del gas del 2022‑23.
In sintesi, il mercato petrolifero non sta tornando alla normalità: sta redistribuendo lo stress, allontanandolo dal prezzo “headline” del greggio e scaricandolo sulle parti del sistema più esposte a interruzioni fisiche e logistiche.