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Petrolio: le tensioni che i prezzi non mostrano

Macro
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Ole Hansen

Head of Commodity Strategy

Punti chiave:

  • I prezzi di riferimento del greggio oscurano la reale entità delle tensioni nel mercato, con le criticità più marcate concentrate sui prodotti raffinati e sui segmenti fisici pronti alla consegna.
  • I margini su diesel e jet fuel evidenziano una pressione crescente, mentre i flussi di petrolio e derivati dal Medio Oriente restano limitati, mantenendo teso l’equilibrio tra offerta e domanda.
  • I benchmark asiatici e i contratti a breve scadenza trattano a premio, segnale di offerte sempre più aggressive per garantirsi forniture immediate.
  • Il rapido calo delle scorte globali immagazzinate su navi sta erodendo un importante cuscinetto di mercato, che finora aveva attenuato la volatilità dei prezzi del greggio.

 

La reazione iniziale del mercato petrolifero alla guerra in Iran appare sorprendentemente contenuta: i benchmark dell’Atlantic Basin mostrano un parziale ritorno alla normalità dopo lo shock geopolitico, con il Brent di nuovo vicino ai 100 dollari al barile e il WTI sotto i 94 dollari. Lo sconto tra i due, tuttavia, si è ampliato fino ai massimi degli ultimi quattro anni, segnale di tensioni ancora irrisolte.

Questa calma apparente, però, nasconde uno stress ben più profondo. Il vero punto critico non è il livello dei prezzi del greggio, ma dove e come si manifesta la pressione. Sempre più spesso, le tensioni emergono al di fuori dei benchmark del greggio: nei prodotti raffinati, nelle dislocazioni regionali e nella parte anteriore della curva dei Future, dove la domanda immediata si scontra con vincoli fisici crescenti.

Lo Stretto di Hormuz resta di fatto bloccato, con un traffico marittimo ridotto al minimo e costantemente esposto a rischi di sicurezza. Le alternative, dai flussi via pipeline da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti al parziale ritorno delle esportazioni dall’Iraq settentrionale tramite la Turchia, hanno offerto solo un sollievo limitato: nessuna di queste rotte può replicare volume e flessibilità del passaggio attraverso il Golfo.

Nel frattempo, la natura stessa della crisi si è trasformata. Il Golfo Persico non è più soltanto un punto di export per il greggio: in dieci anni è diventato uno dei poli globali della raffinazione, da cui partono diesel, jet fuel e altri prodotti cruciali per Europa e Asia. Le attuali interruzioni, quindi, non stanno comprimendo solo l’offerta di greggio, ma anche, e forse soprattutto, quella dei prodotti raffinati, rendendo la crisi più ampia e strutturale.


La persistenza di margini di raffinazione elevati, soprattutto sui distillati medi, è il sintomo più evidente della tensione crescente lungo la catena del valore. I mercati di diesel e jet fuel restano sotto forte pressione: le raffinerie faticano a reperire materie prime adeguate e a mantenere i livelli produttivi, segno che il collo di bottiglia si è ormai spostato in avanti, dai flussi di greggio ai prodotti finiti.

Un fattore chiave che ha finora contenuto l’impennata dei prezzi del greggio è la presenza, ora in rapida erosione, delle scorte galleggianti. A dicembre, il petrolio immagazzinato su navi aveva raggiunto 1,37 miliardi di barili, superando persino i volumi registrati nel 2020, quando la domanda crollò durante la pandemia. Questo livello eccezionalmente elevato ha agito da ammortizzatore temporaneo, attenuando l’impatto immediato delle interruzioni di fornitura e impedendo un rialzo disordinato dei prezzi del greggio.

Ma quel cuscinetto si sta rapidamente dissolvendo. Nelle ultime settimane, le scorte su navi sono diminuite in modo netto e stanno tornando verso il loro range storico. Con l’assottigliarsi delle scorte galleggianti, il mercato diventa più vulnerabile a qualsiasi ulteriore shock: la capacità di assorbire nuovi disallineamenti tra offerta e domanda è ormai ridotta al minimo. Questo cambiamento potrebbe spostare il potere di formazione dei prezzi verso le forniture immediate, i barili disponibili nell’immediato, aumentando la sensibilità a possibili nuove interruzioni.

La dinamica è già evidente nella struttura della curva dei Future. Il mercato mostra una backwardation marcata: i contratti a breve scadenza scambiano a un premium significativo rispetto alle consegne differite. Questa configurazione riflette una scarsità immediata e una disponibilità futura più incerta, con gli operatori disposti a pagare di più per assicurarsi le forniture nel breve periodo piuttosto che confidare sull’arrivo regolare dei flussi nei mesi successivi.


I prezzi regionali confermano questo quadro. I contratti di Dubai e Oman vengono scambiati vicino ai 160 dollari al barile, mentre le raffinerie competono in modo aggressivo per assicurarsi carichi disponibili nell’immediato, in un contesto di offerta medio‑orientale sempre più limitata. Al contrario, i mercati meno esposti a carenze fisiche hanno reagito con maggiore moderazione, ampliando la divergenza tra i principali benchmark globali.

In questo contesto, prossimità e tempismo sono diventati variabili decisive nella formazione del prezzo. Le forniture che possono raggiungere rapidamente l’Asia spuntano un premium significativo, mentre i carichi più lontani dalle tensioni fisiche vengono trattati a sconto. È il segnale di un mercato che non sta convergendo verso l’equilibrio, ma che si sta frammentando in funzione della geografia e dell’urgenza.

Lo stress, infatti, non si trasmette più soltanto attraverso il prezzo del greggio: si manifesta in margini di raffinazione elevati, prezzi dei prodotti in forte rialzo, dislocazioni regionali e un’accentuata inclinazione della curva forward.

Il Brent vicino ai 100 dollari può sembrare gestibile se osservato isolatamente, ma inserito in un contesto di backwardation record, mercati dei prodotti sempre più tirati e scorte galleggianti in rapido calo, rivela una realtà molto diversa: le fondamenta del mercato restano tutt’altro che bilanciate. Una guerra prolungata potrebbe spingere i prezzi a livelli tali da provocare distruzione della domanda, come già accaduto in Europa durante il picco del gas del 2022‑23.
In sintesi, il mercato petrolifero non sta tornando alla normalità: sta redistribuendo lo stress, allontanandolo dal prezzo “headline” del greggio e scaricandolo sulle parti del sistema più esposte a interruzioni fisiche e logistiche.

 

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La guerra in Iran ha avuto un impatto su numerose materie prime, dal petrolio e gas ai prodotti raffinati. Inoltre, ha influenzato fertilizzanti e alluminio attraverso la riduzione delle forniture dal Golfo Persico, mentre l’aumento dei prezzi dei carburanti ha sostenuto zucchero e cotone.
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Forte disallineamento tra i benchmark del greggio, sia quelli a ovest sia quelli a est di Suez.
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Il Brent scambia vicino ai 100 USD, ben al di sotto dei massimi del 2022, mentre lo spread a sei mesi è vicino a una backwardation record – Fonte: Saxo & Bloomberg.
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Elevated levels of global oil-on-water has provided a buffer but is now falling sharply - Source: Vortexa & Bloomberg

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