Materie prime in rialzo, ma i tassi più alti complicano lo scenario
Punti chiave
- Le materie prime tornano ad alimentare le pressioni inflazionistiche: il rialzo di energia e prodotti agricoli mantiene alta l'inflazione proprio mentre il tono più aggressivo della Fed ha rafforzato le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi negli Stati Uniti.
- I mercati obbligazionari segnalano crescenti tensioni monetarie e fiscali: il Treasury decennale USA ha superato il 4,75%, mentre i rendimenti di Germania e Giappone hanno raggiunto i livelli più elevati degli ultimi decenni tra timori per inflazione, debito pubblico e sostenibilità fiscale.
- Oro e argento affrontano una tripla sfida: aspettative di tassi più elevati, rendimenti in aumento e dollaro più forte stanno pesando sui metalli preziosi, pur lasciando intatti alcuni fattori di supporto strutturali come gli acquisti delle banche centrali e le preoccupazioni sui conti pubblici.
- I metalli industriali continuano a sfidare il contesto macroeconomico: la scarsità dell'offerta sostiene i prezzi nonostante il rafforzamento del dollaro e il maggiore costo del denaro, con lo zinco ai massimi da quattro anni e il rame vicino ai livelli record.
I mercati globali entrano nel mese di settembre con una combinazione particolarmente complessa: materie prime in rialzo, inflazione persistente, aspettative di tassi d'interesse più elevati e crescenti timori sulla sostenibilità del debito pubblico. Al centro di queste dinamiche ci sono le commodity, con energia e prodotti agricoli che continuano ad alimentare le pressioni sui prezzi proprio mentre le banche centrali segnalano che il costo del denaro potrebbe dover rimanere elevato più a lungo, o addirittura aumentare ulteriormente.
Il cambiamento ha accelerato dopo il discorso dai toni decisamente restrittivi pronunciato da Kevin Warsh a Jackson Hole, che ha rafforzato le aspettative di una nuova stretta monetaria negli Stati Uniti, sostenendo al tempo stesso il dollaro e i rendimenti obbligazionari.
Il movimento non si è limitato a una revisione delle aspettative sulla politica della Federal Reserve. Negli Stati Uniti la curva dei rendimenti si è irripidita, con il Treasury decennale salito al 4,79%, il livello più alto da gennaio 2025. Anche in Europa e in Giappone i rendimenti obbligazionari hanno raggiunto livelli che non si vedevano da anni: il Bund decennale tedesco è salito oltre il 3,35%, massimo degli ultimi quindici anni, mentre il rendimento del titolo di Stato giapponese a dieci anni ha toccato il 3% per la prima volta da oltre tre decenni.
Le commodity che alimentano l’inflazione continuano a salire
Finora l'inasprimento delle condizioni finanziarie ha avuto effetti limitati proprio sui mercati delle materie prime che incidono maggiormente sull'inflazione. Dal simposio di Jackson Hole, il Bloomberg Commodity Total Return Index ha continuato a guadagnare terreno, sostenuto soprattutto da energia, cereali e materie prime agricole, mentre i metalli preziosi hanno perso slancio. In altre parole, le commodity che alimentano le pressioni inflazionistiche hanno continuato a salire, mentre quelle tradizionalmente utilizzate come copertura hanno registrato una flessione.
L'energia resta la fonte di pressione più immediata. Il petrolio è salito per la seconda seduta consecutiva dopo il riaccendersi delle tensioni tra Stati Uniti e Iran, che hanno alimentato i timori di possibili interruzioni dei flussi attraverso lo Stretto di Hormuz. Il Brent è tornato sopra i 92 dollari al barile, mentre i mercati dei prodotti raffinati, già caratterizzati da un'offerta limitata, restano particolarmente vulnerabili.
In Europa, i contratti future sul gasolio, riferimento per diesel e carburante per l'aviazione, vengono scambiati sopra i 183 dollari al barile, mentre il gas naturale ha raggiunto 71,5 euro per MWh, equivalenti a circa 24,3 dollari per MMBtu, oltre otto volte il prezzo statunitense. Livelli che evidenziano la persistente dipendenza dell'Europa dalle importazioni energetiche e la sua esposizione alle interruzioni dell'offerta.
L'impatto del diesel va ben oltre il settore dei trasporti, influenzando logistica, agricoltura, attività estrattive, costruzioni e produzione industriale. Allo stesso modo, prezzi elevati del gas naturale si traducono in costi più alti per elettricità e manifattura. Si tratta di uno shock dal lato dell'offerta che la politica monetaria non può risolvere direttamente: le banche centrali possono ridurre la domanda, ma non aumentare la produzione di petrolio, la capacità di raffinazione o la disponibilità di gas naturale. In sintesi, le materie prime che alimentano l'inflazione continuano a salire, mentre quelle tradizionalmente considerate una protezione contro l'inflazione.
Il cibo apre un secondo fronte
Il Bloomberg Commodity Agriculture Total Return Index ha chiuso agosto ai massimi degli ultimi 14 anni, con un rialzo del 12,4% nel mese. I forti guadagni di zucchero, grano e mais hanno più che compensato la debolezza del comparto zootecnico. Le condizioni meteorologiche avverse continuano a colpire i raccolti a livello globale, mentre la ripresa dei combattimenti tra Russia e Ucraina ha interessato infrastrutture chiave per l'export nel Mar Nero. Poiché la regione rappresenta oltre un quarto delle esportazioni mondiali di grano, i timori legati all'offerta hanno spinto i prezzi verso i massimi degli ultimi tre anni.
A differenza dell'energia, i rincari delle materie prime agricole impiegano più tempo a raggiungere i consumatori, passando attraverso le fasi di trasformazione, trasporto e distribuzione. Il recente rally aumenta quindi il rischio che l'inflazione alimentare resti elevata anche in caso di stabilizzazione dei prezzi energetici. Energia e materie prime agricole pongono così le banche centrali di fronte a un dilemma complesso: contrastare un'inflazione sostenuta da vincoli di offerta e tensioni geopolitiche senza aggravare la pressione sulla crescita economica e sui conti pubblici.
Metalli da investimento sotto pressione
Oro e argento hanno assorbito gran parte della revisione delle aspettative sui tassi, perdendo oltre il 4% da venerdì. A pesare sono stati tre fattori: attese di tassi più elevati nel breve termine, rendimenti reali e nominali in aumento e rafforzamento del dollaro statunitense.
Il dollaro ha mantenuto gran parte dei guadagni successivi a Jackson Hole, mentre la rottura di importanti livelli tecnici ha innescato ulteriori vendite da parte degli investitori orientati al momentum. Rendimenti più elevati aumentano il costo opportunità di detenere asset che non generano reddito, mentre un dollaro forte rende oro e argento più costosi per gli investitori non statunitensi.
Nel lungo periodo, tuttavia, il quadro è meno lineare. Se tassi reali più elevati, sostenuti da una banca centrale credibile, tendono generalmente a penalizzare l'oro, rendimenti a lungo termine trainati da preoccupazioni sulla sostenibilità del debito e sulla tenuta delle finanze pubbliche possono produrre l'effetto opposto. L'oro resta quindi sospeso tra due forze contrastanti: da un lato il maggiore costo del denaro, dall'altro i dubbi di lungo periodo sulla sostenibilità del debito e sul valore delle valute. A offrire un sostegno strutturale contribuiscono inoltre gli acquisti delle banche centrali e la diversificazione delle riserve ufficiali.
Metalli industriali: resilienti nonostante il dollaro forte
La debolezza dei metalli preziosi non si è estesa ai metalli industriali. In condizioni normali, un dollaro più forte, rendimenti elevati e costi di finanziamento in aumento rappresenterebbero un contesto sfavorevole per i metalli ciclici. Oggi, però, le tensioni dal lato dell'offerta continuano a compensare le preoccupazioni legate alla domanda e all'inasprimento delle condizioni finanziarie.
Lo zinco è l'esempio più recente di questa dinamica. Il prezzo si è avvicinato a 4.000 dollari per tonnellata al London Metal Exchange, raggiungendo i livelli più alti da maggio 2022 grazie al calo delle scorte raffinate al di fuori della Cina, alla limitata disponibilità di materia prima e a un mercato già fortemente posizionato.
Anche il rame continua a mostrare resilienza dopo i recenti massimi storici, mantenendosi oltre i 14.000 dollari per tonnellata al LME. La scarsità dell'offerta nel mercato fisico e i consistenti flussi di metallo diretti verso gli Stati Uniti continuano a sostenere i prezzi, mentre la backwardation osservata sia sul rame sia sullo zinco segnala persistenti tensioni sul lato dell'offerta.
Le difficoltà produttive emergono anche dal Cile, dove secondo l'istituto nazionale di statistica (INE) la produzione di rame è diminuita del 9,4% su base annua a luglio a causa delle forti tempeste che hanno colpito le principali regioni minerarie. La divergenza tra metalli preziosi e metalli industriali conferma che l'attuale rally delle commodity non è soltanto una conseguenza della politica monetaria: quando la disponibilità fisica è limitata, i vincoli di offerta continuano a prevalere sui venti contrari provenienti dal contesto macroeconomico.
Un mix di politiche economiche sempre più complesso
Le prossime settimane saranno decisive per capire quale forza prevarrà. Un ulteriore rialzo di petrolio, carburanti e prodotti alimentari potrebbe mantenere elevate le aspettative d'inflazione e rafforzare le attese di nuove strette monetarie. Uno scenario che rappresenterebbe un ostacolo nel breve termine per oro e argento e potrebbe pesare più in generale sugli asset rischiosi e sulla domanda di materie prime.
Allo stesso tempo, tassi d'interesse più elevati e rendimenti obbligazionari in aumento accrescono il costo del finanziamento per economie già gravate da livelli di debito storicamente elevati. Più a lungo i tassi resteranno alti, maggiore sarà la pressione sui conti pubblici e più forte l'attenzione verso la sostenibilità del debito, il rischio di svalutazione monetaria e possibili interventi delle autorità.
Le commodity si trovano quindi strette tra inflazione persistente e tassi in aumento, ma gli effetti non sono uniformi. Energia e prodotti agricoli continuano a beneficiare della scarsità dell'offerta e delle tensioni geopolitiche, i metalli industriali restano sostenuti da mercati fisici ancora tesi, mentre oro e argento risentono nell'immediato di condizioni monetarie più restrittive e di un dollaro più forte.
Il paradosso è che, se il rally delle materie prime dovesse costringere le banche centrali a mantenere i tassi elevati più a lungo, la crescente pressione sui governi fortemente indebitati potrebbe finire per riaccendere quelle stesse preoccupazioni fiscali e monetarie che, nel lungo periodo, rappresentano uno dei principali fattori di sostegno per la domanda di metalli preziosi.
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