Divieto USA all’export di diesel: la scorciatoia politica che rischia di aggravare la crisi
Punti chiave
- Attrattiva politica, rischio economico: le ipotesi di un divieto USA alle esportazioni di diesel hanno ampliato lo sconto del WTI sul Brent e spinto lo spread Brent-gasoil a un nuovo record.
- Un divieto potrebbe gonfiare temporaneamente le scorte domestiche e allentare le pressioni sui prezzi interni, ma ridistribuirebbe, senza risolverla, la carenza globale sottostante.
- Rischio di una minore offerta complessiva: una volta saturati i serbatoi sulla Costa del Golfo, le raffinerie potrebbero dover ridurre le lavorazioni, tagliando la produzione di diesel, benzina e carburante per l’aviazione e sottraendo fino a 1,5 milioni di barili al giorno di diesel a un mercato globale già sotto pressione.
L’amministrazione Trump sta valutando restrizioni alle esportazioni di diesel dagli Stati Uniti, mentre i prezzi record dei carburanti aumentano la pressione su consumatori, agricoltori e operatori del trasporto. Politicamente, l’idea è semplice: trattenere più diesel prodotto negli Stati Uniti sul mercato interno per ridurre i prezzi domestici.
Dal punto di vista economico, però, il quadro è molto più complesso. Secondo Reuters, il prezzo del diesel negli Stati Uniti è salito verso i 6,50 dollari al gallone, mentre le scorte sono scese ai minimi stagionali da oltre quarant’anni. La stretta arriva mentre il sistema globale di raffinazione fatica a compensare la perdita di una quota rilevante dell’offerta proveniente da Medio Oriente e Russia, dopo la guerra con l’Iran, le interruzioni nello Stretto di Hormuz e gli attacchi ucraini alle raffinerie russe.
La gravità della carenza globale emerge chiaramente dai margini di raffinazione: lo spread tra Brent e gasolio europeo ha superato i 105 dollari al barile, nuovo record storico, prima di ripiegare verso quota 100, ben al di sopra della media prebellica di circa 20 dollari. Con il protrarsi del conflitto, l’attenzione del mercato si è progressivamente spostata dalla disponibilità di greggio alla capacità di trasformarlo in prodotti raffinati, in particolare nei distillati medi utilizzati nei trasporti, nell’agricoltura, nell’aviazione e nell’industria. Le ipotesi di un divieto statunitense alle esportazioni di diesel stanno già producendo distorsioni lungo la filiera della raffinazione, con lo sconto del WTI rispetto al Brent ampliatosi fino a circa 9,5 dollari al barile. I trader stanno infatti prezzando il rischio che eventuali restrizioni riducano la domanda di greggio da parte delle raffinerie statunitensi.
Le ragioni a favore di una restrizione all’export
A prima vista, limitare le esportazioni può apparire una scelta logica. Le raffinerie statunitensi producono molto più diesel di quanto ne consumi il mercato interno e oggi circa 1,5 milioni di barili al giorno vengono esportati sul mercato globale. Trattenere nel Paese una parte di questi volumi potrebbe contribuire a ricostituire scorte ai minimi storici e ad allentare temporaneamente le pressioni sui prezzi domestici.
Il tempismo sarebbe particolarmente favorevole in vista della stagione invernale del riscaldamento e della manutenzione autunnale delle raffinerie, periodi nei quali le scorte dovrebbero normalmente aumentare anziché rimanere su livelli eccezionalmente bassi. Per un’amministrazione sotto pressione a causa del caro vita e a poche settimane dalle elezioni di metà mandato di novembre, l’attrattiva politica della misura è evidente: se le raffinerie americane producono il carburante, perché consentirne l’esportazione mentre i consumatori statunitensi si trovano ad affrontare prezzi record?
Ma il diesel è un mercato globale
Il problema è che limitare le esportazioni non crea nemmeno un barile in più di diesel. Il sistema di raffinazione statunitense è geograficamente frammentato. Oltre metà della capacità è concentrata sulla Costa del Golfo, che produce molto più carburante di quanto ne consumi la regione. Al contrario, aree come la East Coast dipendono in parte dalle importazioni, poiché vincoli infrastrutturali e di navigazione rendono meno agevole del previsto il trasferimento di carburante dalla Costa del Golfo verso nord, nonostante l’ampio surplus di produzione complessiva.
Ancora più rilevante, le esportazioni offrono alle raffinerie della Costa del Golfo uno sbocco che consente loro di operare a tassi di utilizzo molto elevati. Se fossero limitate, inizialmente le scorte di diesel potrebbero aumentare e i prezzi locali diminuire. Ma una volta che i serbatoi si avvicinassero alla saturazione, le raffinerie sarebbero costrette a ridurre le lavorazioni di greggio. Oltre a deprimere la domanda di greggio, questo significherebbe produrre meno diesel, ma anche meno benzina e carburante per l’aviazione.
Curare una carenza globale aggravandola
Gli Stati Uniti sono oggi il principale fornitore mondiale di diesel via mare, con circa 1,5 milioni di barili al giorno, pari a quasi il 20% dei volumi scambiati a livello globale, secondo l’American Petroleum Institute. Sottrarre anche solo una parte di questa offerta a un mercato già fortemente sottofornito spingerebbe ulteriormente al rialzo i prezzi internazionali del diesel e i margini di raffinazione.
Questi rincari internazionali finirebbero per riflettersi anche sul mercato statunitense, in particolare nelle aree che dipendono da prodotti importati. Al contempo, aumenterebbero i costi di trasporto, agricoltura e manifattura per i partner commerciali degli Stati Uniti, aggiungendo un ulteriore livello di pressione inflazionistica sull’economia globale.
Una restrizione all’export potrebbe offrire un sollievo temporaneo, reindirizzando parte dei volumi verso le scorte interne. Ma, in assenza di nuova capacità di raffinazione, di una logistica domestica più efficiente o di un recupero delle forniture mediorientali e russe, l’effetto sarebbe soprattutto quello di redistribuire una carenza esistente, non di risolverla.
Di più: se le restrizioni costringessero le raffinerie statunitensi a ridurre le lavorazioni una volta saturati gli stoccaggi, la misura finirebbe per comprimere proprio l’offerta che intende proteggere. Lo straordinario spread Brent-gasoil oltre i 100 dollari al barile lo dimostra: il problema attuale riguarda meno il greggio e più la raffinazione, in particolare i distillati medi.
Trattenere il diesel in patria può sembrare una scorciatoia politicamente attraente. Ma in un mercato dei carburanti strettamente interconnesso, limitare una delle poche fonti rilevanti di offerta rischia di trasformare un problema di prezzo domestico in una carenza globale ancora più grave che, alla fine, potrebbe tornare a colpire gli stessi consumatori americani.