Previsioni Oltraggiose
Oro alla patria? No, questa volta oro ai cittadini
Ruben Dalfovo
Investment Strategist
Investment Strategist
Buffett si fa da parte, ma il sistema Berkshire continua a funzionare senza intoppi.
Il “Buffett premium” si affievolisce, quindi contano di più le scelte su liquidità, buyback e comunicazione.
Gli investitori di lungo periodo traggono vantaggio replicando il metodo, non la personalità.
Gli investitori amano dire che seguono il messaggio, non il messaggero. Ma quando il messaggero smette di parlare, improvvisamente tutti si mettono a controllare se l’audio è acceso. Warren Buffett sta abbassando il volume. In una lettera datata 10 novembre 2025, ha annunciato che non scriverà più la lettera annuale di Berkshire Hathaway e che si farà da parte, “più o meno”, anche durante il tradizionale incontro annuale. Questo ci porta a una domanda chiave per il 2026: può il metodo Berkshire parlare più forte della figura di Buffett?
Non si tratta di un colpo di scena. Buffett ha preparato gli azionisti da anni e sta rendendo il passaggio quanto più semplice possibile.
Dal 1° gennaio 2026, Greg Abel assumerà il ruolo di amministratore delegato (CEO), diventando il responsabile operativo quotidiano. Buffett rimarrà presidente, manterrà una quota significativa della società e continuerà a farsi sentire all’interno dell’azienda. In altre parole, il volante cambia mani, ma il conducente resta in macchina.
Per gli investitori, il dettaglio più rilevante è il calendario. Abel scriverà anche la lettera annuale agli azionisti, con la sua prima lettera completa prevista per febbraio 2026. Si tratta di un appuntamento importante perché per molti investitori retail sarà la prima occasione per "incontrare" Abel nel formato che conoscono meglio: una spiegazione semplice e diretta di cosa fa Berkshire, cosa acquista e cosa evita.
Buffett ha anche precisato che continuerà a comunicare in modo più selettivo e focalizzato, incluso un messaggio annuale in occasione del Ringraziamento. Meno teatro, più sostanza.
Berkshire è un impero industriale e finanziario, ma è anche un rapporto di fiducia.
Per decenni, Buffett ha svolto due ruoli contemporaneamente. Ha allocato capitale e ha spiegato con chiarezza come veniva fatto, in modo tale da mantenere sereni gli azionisti anche nei momenti di turbolenza di mercato. Quella calma ha un valore concreto: riduce la tendenza a reagire impulsivamente, vendere nel panico o mettere in discussione il proprio piano.
Con il suo ritiro dalla comunicazione pubblica, parte di quel “premio” di rassicurazione inevitabilmente svanisce. Gli investitori passano dal dire “mi fido di Buffett” al chiedere “fammi vedere i risultati”. Ed è un passaggio sano, ma che cambia le regole del gioco. Conta di più la disciplina che il racconto.
Questo passaggio tocca anche le aspettative. Un leader leggendario ha il vantaggio del tempo: può permettersi di aspettare, di tenere cassa, senza essere messo sotto pressione. Un successore, anche capace, spesso non riceve la stessa pazienza. Questo può portare il management a voler agire troppo e troppo in fretta, anche quando la scelta migliore è aspettare.
La vera domanda non è se Abel sarà il “nuovo Buffett”. La domanda chiave è se la macchina Berkshire continuerà a fare bene le cose semplici: generare cassa, gestire il rischio assicurativo con prudenza, e utilizzare il capitale degli azionisti in modo disciplinato.
Non serve una laurea in finanza per riconoscere i segnali principali. Basta osservare alcune decisioni ricorrenti.
Il primo segnale riguarda l’allocazione del capitale e la gestione della liquidità. Berkshire inizia questa transizione con circa 382 miliardi di dollari in cassa. Gran parte è investita in Treasury statunitensi a breve termine, che generano interessi, ma è comunque una scelta strategica. Mantenere così tanta liquidità è una scommessa sul fatto che si presenteranno occasioni migliori in futuro.
Nel 2026, sarà interessante ascoltare come Greg Abel giustificherà questa scelta. Descriverà la liquidità come un’opzione strategica, da tenere per affrontare una crisi o cogliere un’opportunità rara, oppure come qualcosa che sente di dover ridurre? La risposta dirà molto più della singola operazione: rivelerà la mentalità del leader.
Il secondo segnale riguarda i buyback, ovvero il riacquisto di azioni proprie. Storicamente, Berkshire ha effettuato buyback solo quando il prezzo delle azioni era ritenuto inferiore al valore reale dell’azienda, e non per “sostenere il titolo” artificiosamente. Con un nuovo CEO, la tentazione di utilizzare i buyback per dimostrare rapidamente fiducia potrebbe aumentare.
Qui conta la coerenza. Se i buyback aumentano quando il prezzo è conveniente e diminuiscono quando è alto, la disciplina resta intatta. Se invece diventano automatici, il processo si indebolisce.
Il terzo segnale è il tono della comunicazione. Le lettere di Buffett hanno insegnato a generazioni di azionisti come ragionare da investitori. Le lettere e gli interventi pubblici di Abel mostreranno se questa cultura didattica sopravvive, o se si trasforma nel linguaggio aziendale più standard. Bisogna cercare chiarezza, umiltà e principi fondamentali ripetuti con coerenza.
Se questi tratti resteranno, la “macchina” continuerà a girare con il suo motore culturale. Se scompariranno, Berkshire continuerà a funzionare, ma gli azionisti potrebbero sentirsi meno sicuri nei momenti difficili.
Il rischio principale non è che Abel non sia all’altezza. Il vero pericolo è che la pressione per “dimostrare qualcosa” generi azioni affrettate.
Un primo rischio è il cambiamento di stile nell’allocazione del capitale. Il vantaggio competitivo di Berkshire è la pazienza, ma la pazienza è fragile in un mondo che vuole risultati brillanti ogni trimestre. Un campanello d’allarme? Un linguaggio che privilegia l’“essere attivi” rispetto al “fare la cosa giusta”.
Un secondo rischio è la perdita della cultura aziendale. Il modello Berkshire si basa su manager decentralizzati, con grande autonomia, e su una sede centrale snella e concentrata. Un primo segnale di allarme potrebbe essere la crescita della struttura aziendale centrale, con più riunioni, più regole, e obiettivi interni poco chiari nei benefici.
Un terzo rischio è la percezione di mercato. Se gli investitori vedono questa transizione come un motivo per rivedere al ribasso la valutazione del titolo, la volatilità potrebbe aumentare attorno a lettere, riunioni e grandi operazioni. Il segnale da cogliere non è il titolo di giornale, ma il modo in cui il management reagisce a quei titoli.
Il silenzio di Buffett segna la fine di un’epoca, anche perché per molti investitori la sua voce era diventata parte integrante della narrazione. Ma Berkshire non è mai stata una one-man band. È un insieme di abitudini: mantenere solidità finanziaria, aspettare il momento giusto e spiegare sempre le proprie decisioni con parole semplici. La vera domanda per il 2026 non è se Abel sarà all’altezza di Buffett, ma se Berkshire continuerà a comportarsi come Berkshire.
Ed è un approccio che vale anche per chi investe al di fuori di Berkshire. La miglior difesa è un processo replicabile: diversificazione sensata, ribilanciamento paziente e regole chiare da seguire anche quando le emozioni dicono il contrario. Decidere di non fare nulla è comunque una decisione, solo che indossa un abito più silenzioso.
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