Previsioni Oltraggiose
Oro alla patria? No, questa volta oro ai cittadini
Ruben Dalfovo
Investment Strategist
Investment Strategist
Gli andamenti stagionali esistono, ma non sono abbastanza affidabili per guidare un portafoglio di lungo periodo.
Restare investiti tende a battere il market timing basato sul calendario.
Maggio è un promemoria per rivedere il rischio, non per abbandonare la disciplina.
Ogni maggio torna la stessa rima di mercato: «sell in May and go away». Suona ordinata, decisa, quasi rassicurante. Vendi ora, goditi l’estate e rientra quando i mercati si saranno calmati. Peccato che i mercati non seguano gli slogan. Il detto ha radici storiche. Nella sua versione britannica suggeriva di vendere a maggio e tornare intorno allo St Leger’s Day, una celebre corsa ippica di settembre. Nasceva in un’epoca in cui gli investitori benestanti lasciavano Londra per la campagna e l’attività di Borsa rallentava. Un’immagine affascinante, ma distante da un processo d’investimento robusto nel 2026. Quest’anno, però, la tentazione è concreta. L’S&P 500 ha toccato nuovi massimi nonostante petrolio elevato, tensioni geopolitiche tra Stati Uniti e Iran e un mercato ancora sostenuto dall’entusiasmo per l’intelligenza artificiale (IA). Dopo una corsa così intensa, è naturale chiedersi se abbia senso seguire il copione stagionale e farsi da parte. La risposta migliore è più noiosa e in finanza spesso è un bene: rivedere il portafoglio, senza lasciare che una rima guidi le decisioni.
L’argomento “sell in May” non è pura superstizione. I dati storici mostrano che i sei mesi da maggio a ottobre sono spesso meno brillanti rispetto al periodo novembre–aprile. I numeri offrono un supporto, ma solo parziale. Nel lungo periodo, l’S&P 500 ha registrato rendimenti medi più contenuti tra maggio e ottobre rispetto al semestre invernale. Una differenza reale, ma non sufficiente per trasformare una tendenza statistica in una regola operativa.
È un dato utile: la stagionalità può descrivere il “meteo” dei mercati, ma non indica con precisione quando uscire di casa. Il nodo è la variabilità, e il quadro recente è meno lineare. Reuters rileva che, nell’ultimo decennio, il periodo maggio–ottobre ha reso in media circa il 7%, includendo un +22,1% nel 2025. In altre parole, i mesi “deboli” sono spesso stati tutt’altro che tali. I mercati sanno essere spiazzanti. Anche il contesto del 2026 complica la lettura. È un anno di elezioni di midterm negli Stati Uniti e, secondo Reuters, in 5 degli ultimi 10 anni di midterm l’S&P 500 è sceso tra maggio e ottobre, con una perdita media di circa l’1,5%. Un motivo per alzare l’attenzione al rischio, non per scambiare il calendario per un allarme antincendio.
Il market timing sembra sensato perché promette controllo: vendere prima dei problemi e rientrare dopo. Peccato che nessuno suoni la campanella in nessuno dei due momenti. Il rischio maggiore è perdere le giornate migliori. I rimbalzi arrivano spesso in fretta, di solito quando i titoli sono ancora negativi. Ecco perché gli investitori di lungo periodo rischiano di compromettere i rendimenti uscendo dal mercato in attesa di “chiarezza”. La chiarezza ha un prezzo: quando tutti si sentono tranquilli, i prezzi si sono spesso già mossi. Le analisi di J.P. Morgan Asset Management mostrano che restare pienamente investiti nell’S&P 500 negli ultimi 20 anni ha prodotto rendimenti annualizzati significativamente superiori rispetto a perdere anche solo le 10 migliori sedute. I numeri esatti cambiano in base al periodo, ma la lezione resta: poche giornate positive fanno gran parte del lavoro.
Il contesto attuale presenta rischi reali. L’azionario USA è vicino ai massimi storici e gran parte dell’entusiasmo è stata trainata dai titoli legati all’intelligenza artificiale. I prezzi del petrolio restano elevati, mentre i rischi geopolitici mantengono viva l’attenzione sull’inflazione. Gli utili societari sono solidi, ma l’asticella si è alzata. Allo stesso tempo, il sentiment resta fragile e il rialzo è relativamente concentrato. La narrativa di mercato funziona ancora, ma a sostenerla è un gruppo ristretto di “pesi massimi”. Questo è il punto chiave per il 2026: non si tratta di un “maggio pericoloso”, ma di capire se il portafoglio è diventato troppo dipendente da un singolo mercato, da un tema o da uno specifico scenario.
Maggio può essere l’occasione per un checkup di lungo periodo. Le azioni sono ancora coerenti con l’orizzonte temporale. Il portafoglio è eccessivamente concentrato sulla tecnologia USA. C’è sufficiente esposizione ad altre aree geografiche, settori o asset class. C’è liquidità per i bisogni a breve, così che la volatilità estiva non costringa a vendite forzate. È più pratico che sparire per l’estate sperando in un invito di settembre.
Primo rischio: inflazione. Se il petrolio resta elevato, i costi di trasporto, energia e produzione possono risalire, rendendo le banche centrali meno propense a tagliare i tassi. Da monitorare: prezzi del greggio, rendimenti obbligazionari e dati sull’inflazione.
Secondo rischio: leadership ristretta.Se il mercato è trainato da pochi titoli IA e mega-cap tecnologiche, il rialzo degli indici può nascondere debolezza sottostante. È fondamentale osservare l’ampiezza del mercato: quante azioni partecipano realmente al movimento.
Terzo rischio: compiacenza. I massimi storici possono generare un senso di sicurezza ingannevole. Quando le aspettative sono elevate, le valutazioni contano ancora di più. Anche un’ottima azienda può diventare un cattivo investimento, se troppo ottimismo è già incorporato nei prezzi.
Verificare le concentrazioni. Identificare se una regione, un settore o un tema domina il portafoglio.
Ribilanciare con gradualità. Riportare le posizioni verso i pesi target, evitando decisioni estreme.
Allineare la liquidità ai bisogni. Gli impieghi a breve non dovrebbero dipendere dall’andamento dei mercati.
Usare piani di accumulo. Contributi regolari aiutano a ridurre la pressione del "timing perfetto”.
L’adagio sopravvive perché è orecchiabile, non perché sia una strategia solida. Nel 2026, “sell in May and go away” va trattato come un promemoria per rivedere il rischio, non come un segnale di uscita. La stagionalità può offrire spunti. Ma, nel lungo periodo, sono disciplina, diversificazione e orizzonte temporale a fare la differenza. Il calendario può sussurrare. Un piano di investimento deve parlare molto più forte.
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