Previsioni Oltraggiose
Oro alla patria? No, questa volta oro ai cittadini
Ruben Dalfovo
Investment Strategist
Head of Commodity Strategy
L'indice Bloomberg Commodity Total Return appare stabile questa settimana, ma dietro la superficie si è verificata una marcata rotazione tra i diversi segmenti del complesso delle materie prime.
Gli attacchi alle infrastrutture energetiche nel Golfo Persico rischiano di ritardare la normalizzazione del mercato, anche in caso di cessate il fuoco e di una piena riapertura dello Stretto di Hormuz.
L’aumento dei costi energetici sta alimentando aspettative di inflazione più elevate, mettendo sotto pressione i metalli preziosi a causa dei rendimenti a lungo termine in rialzo e della minore probabilità di tagli dei tassi.
Gli effetti a catena si riflettono anche nell’apprezzamento delle commodities agricole, spinte dai maggiori costi energetici, logistici e dei fertilizzanti.
L’indice Bloomberg Commodity Total Return Index (BCOMTR) ha chiuso la settimana con una variazione marginale, pari a un -0,2%. Dietro questa apparente stabilità si cela però una rotazione significativa tra i settori: la forza del comparto energetico, sostenuto da diesel, gasolio e petrolio greggio, è stata bilanciata da una correzione marcata nei metalli preziosi e industriali.
Intanto, la natura dello shock energetico sta cambiando. Da un rischio circoscritto allo Stretto di Hormuz, si è trasformato in una dinamica più ampia e persistente, alimentata da infrastrutture danneggiate, flussi commerciali compromessi e un contesto macroeconomico sempre più complesso.
Dall’inizio del mese, l’impatto dell’escalation in Medio Oriente appare più evidente: il BCOMTR è salito di circa l’11%, trainato dall’impennata dei prodotti energetici raffinati, mentre l’indice BCOM Energy guadagna il 41% nel mese. Questo rialzo ha portato la performance dell’energia a +24% da inizio anno, confermando la leadership del settore rispetto ad altre asset class, azioni incluse, e riaffermando un trend rialzista ora nuovamente guidato dall’energia dopo la frenata dei metalli che avevano dominato in precedenza.
Lo shock energetico sta lasciando un’impronta sempre più evidente sul quadro macro. I prezzi elevati di greggio, gas e prodotti raffinati, insieme alle tensioni sui flussi di fertilizzanti che potrebbero spingere al rialzo i prezzi alimentari nei prossimi mesi, stanno riaccendendo le aspettative di inflazione proprio mentre le banche centrali si preparavano a un allentamento delle politiche.
I mercati, di conseguenza, stanno rivalutando il percorso dei tassi. L’aumento dei costi energetici ha spinto al rialzo i rendimenti a lungo termine e ridotto le attese di tagli nel breve periodo. In sole tre settimane, le aspettative di tagli dei tassi negli Stati Uniti per il 2026 sono scese da tre riduzioni da 25 punti base a meno di una. Lo shock, essendo di natura “cost-push”, solleva interrogativi più ampi sull’impatto sulla crescita.
A differenza dell’inflazione trainata dalla domanda, contrastabile con politiche monetarie più restrittive, uno shock dell’offerta tende a far salire i prezzi e rallentare l’economia allo stesso tempo. Il risultato è un contesto più stagflazionario, in cui le banche centrali si trovano a bilanciare il sostegno alla crescita con la necessità di contenere l’inflazione.
Per i mercati delle materie prime, questo cambiamento è cruciale. L’energia beneficia direttamente delle tensioni sul lato dell’offerta, mentre altri segmenti più sensibili al ciclo economico si trovano di fronte a un rischio crescente di ribasso.
Il petrolio è tornato a salire questa settimana, con il conflitto ancora in corso e lo Stretto di Hormuz di fatto bloccato mentre gli attacchi colpiscono sempre più spesso le infrastrutture energetiche. La dinamica dei prezzi resta fortemente asimmetrica: da un lato i tentativi politici di contenerli, dall’altro un deterioramento sul campo che ora coinvolge asset produttivi cruciali. I benchmark del greggio stanno mostrando segnali divergenti: il WTI continua a scambiare a forte sconto rispetto al Brent e alle qualità mediorientali, nonostante le interruzioni. Ciò suggerisce che i prezzi globali non stiano ancora riflettendo appieno la portata dello shock. Le pressioni risultano invece più evidenti in Asia, dove la riduzione dei flussi dal Medio Oriente ha spinto le raffinerie a cercare carichi immediati, aumentando i prezzi locali. Il WTI rimane più isolato grazie alla maggiore autosufficienza statunitense, e le tensioni emergono quindi più chiaramente negli spread geografici, temporali e nei prezzi dei prodotti, piuttosto che nei prezzi spot del greggio. Gli attacchi nel Golfo Persico, inclusi i danni alle infrastrutture LNG del Qatar, indicano che i vincoli di offerta potrebbero protrarsi per anni, non per mesi. Anche con un eventuale cessate il fuoco, la combinazione di transiti ancora limitati attraverso Hormuz e ostacoli logistici e assicurativi implica che il ritorno alla normalità sarà graduale. I prodotti raffinati continuano a evidenziare stress lungo la filiera: diesel e jet fuel stanno registrando forti rialzi, con premi significativi rispetto al greggio, riflettendo scorte ridotte e una domanda robusta per i distillati medi. È un segnale chiaro che i colli di bottiglia non riguardano solo la produzione di petrolio, ma l’intero sistema energetico. Infine, l’attuale fase di debolezza del greggio non va interpretata come un allentamento delle condizioni di mercato: è più probabilmente un effetto temporaneo dovuto agli elevati volumi di petrolio “stoccato in mare” accumulati prima del conflitto. Man mano che questi buffer si riducono, aumenta il rischio di una nuova pressione al rialzo sui prezzi, fino a livelli tali da intaccare la domanda, a meno che i flussi dal Medio Oriente non tornino rapidamente e completamente operativi.
L’oro sta vivendo la sua settimana peggiore degli ultimi sei anni, scivolando sotto quota 5.000 USD e innescando una forte ondata di vendite tecniche. L’argento, più volatile e più esposto al ciclo industriale, ha corretto con ancora maggiore intensità, mentre anche platino e palladio hanno registrato ribassi. Il contesto macro ha amplificato la pressione: aspettative d’inflazione in aumento e rendimenti in rialzo riducono l’appeal degli asset privi di cedola, mentre un dollaro forte e la minore probabilità di tagli dei tassi aggiungono ulteriori ostacoli. A questo si somma un posizionamento speculativo elevato, che ha reso oro e argento particolarmente vulnerabili una volta violati alcuni livelli tecnici chiave, con strategie sistematiche che hanno accelerato il movimento al ribasso. Circolano inoltre alcune ipotesi, ancora marginali, secondo cui economie in surplus potrebbero aver bisogno di generare liquidità attraverso vendite d’oro. Non si tratta di un driver confermato, ma contribuisce a mantenere un tono più prudente. Nel complesso, l’incapacità dell’oro di reagire positivamente nonostante l’elevata incertezza geopolitica evidenzia il peso dominante dei rendimenti reali più alti, della forza del dollaro e del riaggiustamento delle posizioni rispetto al suo tradizionale ruolo di rifugio. I metalli industriali risentono delle stesse dinamiche, ma in modo più ciclico: rame, alluminio, nichel e zinco stanno arretrando, con la domanda globale che ora pesa più del supporto proveniente dalle passate interruzioni dell’offerta o dai temi della transizione energetica. Nel breve termine, il quadro resta complesso. Tuttavia, manteniamo una visione costruttiva sui metalli preziosi una volta superata l’attuale fase di liquidazione. Le preoccupazioni fiscali restano elevate, con livelli di debito pubblico destinati a peggiorare in uno scenario di rallentamento. E lo shock attuale presenta tratti chiaramente stagflazionistici: se l’inflazione resta alta mentre la crescita si indebolisce, le banche centrali dovranno scegliere se allentare rischiando di riaccendere i prezzi o restare restrittive aggravando il rallentamento. In questo contesto, il ruolo dell’oro come copertura contro la svalutazione monetaria e l’esposizione al dollaro rimane intatto, rafforzato dalle tendenze di de-dollarizzazione e dalla diversificazione delle riserve. Parte di questa domanda potrebbe attenuarsi solo se alcune banche centrali fossero costrette a vendere asset, incluso l’oro, per far fronte a pressioni fiscali legate allo shock energetico. Nonostante ciò, i driver strutturali continuano a sostenere una prospettiva favorevole di lungo periodo per i metalli preziosi.
Lo shock energetico non sta colpendo solo energia e metalli: gli effetti si stanno propagando anche all’agricoltura e alle materie prime soft. Il comparto ha registrato un aumento modesto nell’ultima settimana, ma i rialzi accumulati da inizio mese sono più consistenti. A trainare il settore sono soprattutto le commodities che beneficiano direttamente o indirettamente dei prezzi energetici più alti e delle interruzioni logistiche, in particolare quelle legate ai fertilizzanti. Il Golfo Persico, infatti, è un hub fondamentale grazie all’accesso a gas naturale a basso costo, materia prima essenziale per la loro produzione. Il legame tra biocarburanti e carburanti fossili sta sostenendo mais, olio di soia e zucchero, mentre la siccità nel Sud degli Stati Uniti, aggravata da un inverno insolitamente secco, sta alimentando timori sui raccolti e sostenendo i prezzi di grano e cotone. Quest’ultimo è inoltre spinto al rialzo dall’aumento dei costi delle fibre sintetiche, prodotte a partire da derivati del petrolio. Tra le soft, lo zucchero spicca raggiungendo il livello più alto da ottobre. Il rally riflette sia effetti diretti sia indiretti del mercato energetico: i prezzi più alti del petrolio incentivano la produzione di etanolo in Brasile, riducendo la quota di canna destinata allo zucchero; allo stesso tempo, le interruzioni nello Stretto di Hormuz hanno deviato o bloccato navi con zucchero grezzo, limitando la raffinazione e stringendo ulteriormente l’offerta. Questi sviluppi mettono in luce l’impatto inflazionistico più ampio, e talvolta sottovalutato, dello shock attuale. I rincari energetici si riversano infatti sui fertilizzanti, sui costi di trasporto e sui processi di lavorazione, generando effetti a cascata che si estendono ben oltre il segmento energetico.
Nel complesso delle materie prime emerge un tema chiaro: il mercato si sta muovendo oltre la fase di shock iniziale e sta iniziando ad adattarsi a un contesto più duraturo. Il petrolio può reagire rapidamente ai titoli su escalation e de‑escalation, ma le condizioni di fondo, infrastrutture danneggiate, flussi commerciali interrotti e costi strutturalmente più elevati, suggeriscono che gli effetti della crisi saranno tutt’altro che temporanei. La crescente divergenza tra i settori riflette questo passaggio. L’energia continua a prezzare una disponibilità limitata e la disgregazione fisica delle forniture; i metalli si confrontano con un quadro macroeconomico più difficile; l’agricoltura e le soft commodity iniziano a incorporare gli effetti di secondo livello. Anche con un eventuale cessate il fuoco e la riapertura dello Stretto di Hormuz, il ritorno alla normalità sarà probabilmente graduale e irregolare. Per ora, il complesso delle materie prime resta sostenuto da vincoli di offerta e pressioni inflazionistiche. Ma cresce il rischio che queste stesse forze inizino a pesare sulla crescita globale. In altre parole, il mercato non sta più reagendo a un singolo evento geopolitico: sta iniziando a prezzarne le implicazioni economiche più profonde.