Previsioni Oltraggiose
Oro alla patria? No, questa volta oro ai cittadini
Ruben Dalfovo
Investment Strategist
Market Strategist
L’ultimo BofA Fund Manager Survey segnala un marcato downgrade delle aspettative di crescita e un aumento dei timori legati all’inflazione. Lo scenario di base resta però quello di un atterraggio morbido, non di una recessione.
Il posizionamento si è fatto più difensivo, ma senza segnali di panico: l’esposizione azionaria è stata ridotta, la liquidità è in aumento e la leadership regionale si sta rimescolando, mentre il rischio non è stato abbandonato.
La geopolitica resta il principale tail risk. Il mercato individua nel petrolio il canale di trasmissione chiave verso inflazione, rendimenti e sentiment.Le aspettative stanno rallentando più rapidamente dei fondamentali. È un segnale di prudenza, non di capitolazione: un contesto più “bilanciabile” se le principali aree di pressione dovessero iniziare ad allentarsi.
L’indagine di aprile 2026 del BofA Global Fund Manager Survey (193 gestori per 563 miliardi di dollari in gestione, dati raccolti tra il 3 e il 9 aprile) restituisce la fotografia più ribassista degli ultimi dieci mesi. Non quella di un mercato in fuga, però, ma di un mercato che si sta ricalibrando.
Il cambio di tono è evidente: le aspettative di crescita vengono tagliate, mentre tornano a salire le preoccupazioni sull’inflazione. Al tempo stesso, non emerge uno scenario di recessione profonda né una corsa generalizzata verso l’uscita dagli asset rischiosi.
In pratica, gli investitori non pagano più l’ottimismo indiscriminato. Diventano più selettivi nell’allocazione, più attenti ai rischi macro e più guardinghi sui trade affollati. È prudenza, non resa. In questo senso, il quadro può persino risultare più equilibrato se alcuni fattori di stress dovessero iniziare a rientrare.
Il punto centrale è che il sentiment si muove più rapidamente dei dati: le aspettative si raffreddano più in fretta dei fondamentali. Ne deriva una fase di “limbo” scomoda ma potenzialmente costruttiva: abbastanza cauta da incorporare protezioni, ma non così spaventata da impedire una reazione a eventuali notizie migliori.
Il messaggio macro è chiaro: i gestori rivedono al ribasso le prospettive di crescita e, allo stesso tempo, tornano a preoccuparsi dell’inflazione. Da qui il riemergere dei timori di stagflazione.
Non è però un sondaggio da recessione. Lo scenario di base resta quello di un atterraggio morbido, e una solida maggioranza continua a considerare improbabile una recessione imminente. Il punto non è un crollo in arrivo, ma l’ingresso in un regime meno confortevole.
A cambiare è la combinazione: non solo crescita più lenta, ma crescita più lenta con inflazione più persistente. Un mix complesso sia per i mercati sia per i policy maker.
La geopolitica è diventata il tail risk dominante. Non solo per il rischio di nuove headline, ma perché gli investitori iniziano a vedere i conflitti come il punto in cui possono deteriorarsi insieme inflazione, rendimenti e crescita.
Dal sondaggio emergono alcuni segnali chiave:
Liquidità
USA, Europa, Asia
A livello geografico il quadro è più discriminante che direzionale:
Settori: prudenza selettiva, non fuga dal rischio
La fotografia settoriale non indica né una rotazione pulita verso i difensivi né un ritorno deciso ai ciclici.
Nel mese i gestori hanno:
Debolezza strutturale del dollaro
2. Una parte rilevante del de-risking è già visibile.
L’esposizione azionaria si è ridotta, la liquidità è aumentata, i trade più affollati sono stati in parte ridimensionati e il posizionamento settoriale è diventato più selettivo. Alcune aree di crescita, come la tecnologia, non mostrano più livelli di consenso estremi, mentre le aspettative sugli utili appaiono ancora relativamente resilienti. Nel complesso, il sistema sembra oggi meno esposto a movimenti di aggiustamento disordinati legati a eccessi di posizionamento.
3. Aspettative più basse, maggiore sensibilità alle sorprese.
Un sentiment più prudente e aspettative ridimensionate abbassano la soglia per eventuali sviluppi positivi. Questo non implica uno scenario favorevole di per sé, ma suggerisce che miglioramenti su singoli fronti (come geopolitica, dinamiche energetiche o risultati societari) potrebbero avere un impatto relativamente più significativo sul sentiment rispetto a un contesto di ottimismo diffuso.
Una possibile interpretazione del sondaggio è che, in presenza di un allentamento dei rischi geopolitici, di una maggiore stabilità del petrolio e di utili societari resilienti, l’attuale posizionamento difensivo possa contribuire a un contesto di mercato più ordinato. In questo scenario, la cautela oggi osservata rifletterebbe aspettative già ridimensionate più che segnali di stress imminente.
Tuttavia, questa lettura resta condizionata all’evoluzione dei principali fattori di rischio. Se la de‑escalation geopolitica dovesse rivelarsi temporanea, se le pressioni energetiche tornassero ad aumentare o se la guidance sugli utili iniziasse a deteriorarsi, lo stesso posizionamento difensivo potrebbe irrigidirsi ulteriormente anziché normalizzarsi. In altre parole, ciò che oggi appare come prudenza potrebbe trasformarsi in ulteriore riduzione del rischio.
In questo contesto, petrolio e utili restano le variabili chiave da monitorare, con la geopolitica come fattore trasversale in grado di influenzarle entrambe.
In sintesi, il sondaggio non descrive un mercato in capitolazione, ma un mercato che ha già ridotto esposizione e affollamento. Questo può favorire una maggiore capacità di reazione a un eventuale miglioramento del contesto macro, ma lascia il quadro vulnerabile qualora tale miglioramento non si materializzasse.