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Perché la tua banca continua a cambiare nome: la silenziosa consolidazione dell’Europa

Azioni
Ruben Dalfovo
Ruben Dalfovo

Investment Strategist

Punti chiave

  • Le fusioni bancarie in Europa stanno accelerando, ma per lo più avvengono all’interno dei singoli Paesi, e non a livello transfrontaliero.
  • Italia e Danimarca rappresentano due esempi molto diversi di una stessa tendenza alla concentrazione.
  • Gli investitori si trovano davanti a un mix di maggiore efficienza, dividendi più alti, ma anche rischi legati alla governance e alla politica.

Se hai la sensazione che la tua banca cambi nome ogni pochi anni, non ti stai sbagliando. In tutta Europa, gli istituti di credito stanno fondendosi e cambiando brand, ridisegnando in modo silenzioso ma deciso il modo in cui risparmi e prestiti si muovono nel sistema finanziario. I clienti notano soprattutto un nuovo logo; gli investitori, invece, vedono una trasformazione lenta ma significativa della geografia bancaria del continente.

Nel 2025, il valore delle operazioni di fusione e acquisizione nel settore bancario è già nettamente superiore rispetto al 2024. Tassi d’interesse più alti, tecnologie sempre più costose, nuove sfide legate alla sicurezza informatica e regolamenti più stringenti stanno spingendo i consigli di amministrazione a cercare maggiore scala. Tuttavia, la maggior parte delle operazioni resta di tipo domestico, piccoli consolidamenti all'interno dei confini nazionali, piuttosto che le grandi fusioni transfrontaliere – i cosiddetti “campioni europei” immaginati a Bruxelles – che continuano a scontrarsi con regolamentazioni nazionali diverse e con governi poco disposti a cedere il controllo.

Per gli investitori, queste fusioni possono portare a una maggiore efficienza e a dividendi più generosi, ma comportano anche rischi di esecuzione, politici e di condotta. Per questo motivo, la diversificazione e un orizzonte temporale di lungo periodo restano elementi fondamentali da tenere in considerazione.

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Fonte: Oliver Wyman, Dealogic, stime di BG Saxo

Una silenziosa riscrittura della mappa

Le logiche economiche di base sono semplici: una banca più grande può chiudere filiali sovrapposte, ridurre il personale nelle sedi centrali e distribuire i costi legati alla tecnologia e alla conformità normativa su una base di clientela più ampia. La Banca Centrale Europea ha più volte sollecitato una maggiore concentrazione del settore, per renderlo più solido e meno frammentato.

Eppure, tra vincoli politici e normativi, la maggior parte dell’attività di consolidamento rimane confinata all’interno dei singoli Stati. I governi vogliono banche più forti, ma allo stesso tempo intendono tutelare l’occupazione locale, la presenza sul territorio e il proprio potere d’influenza. È per questo che Fitch prevede che le operazioni domestiche continueranno a prevalere, mentre la vera integrazione transfrontaliera rimarrà ancora limitata.

Il risultato è un’Europa a tre velocità. Paesi come l’Italia si muovono rapidamente, ma tra tensioni e colpi di scena. Altri, come la Danimarca, portano avanti il processo di concentrazione in modo più ordinato e lineare. Grandi sistemi bancari come Spagna, Francia e Germania si collocano in una via di mezzo, tra tentativi ambiziosi e una lenta razionalizzazione interna.

Italia e Danimarca: tra dramma e disciplina

L’Italia rappresenta l’esempio più evidente della trasformazione in atto nel panorama bancario europeo. Monte dei Paschi di Siena (MPS) è in procinto di acquisire Mediobanca, creando così un potenziale terzo polo bancario accanto a Intesa Sanpaolo e UniCredit.

Dietro a questa operazione si muove un ristretto gruppo di azionisti influenti, tra cui Delfin e Francesco Gaetano Caltagirone, con partecipazioni incrociate in MPS, Mediobanca e Generali. I media italiani definiscono questa rete il “salotto buono”, ovvero quel retrobottega riservato dove si decidono le grandi operazioni societarie.

Secondo alcune testate, la procura di Milano starebbe indagando su possibili collusioni e manipolazioni di mercato legate all’operazione. Un promemoria importante: i rischi di governance e di condotta si trovano spesso proprio accanto a scelte che, dal punto di vista finanziario, sembrerebbero logiche e fondate.

La Danimarca, invece, mostra una versione più pulita dello stesso fenomeno. Sydbank, Arbejdernes Landsbank e Vestjysk Bank hanno annunciato la fusione in AL Sydbank, uno dei maggiori istituti del Paese. L’obiettivo è chiaro: ottenere una scala maggiore in un mercato piccolo e molto competitivo, riducendo le sovrapposizioni nelle filiali, condividendo i sistemi IT e investendo di più nel digitale. Qui i rischi principali sono legati all’esecuzione e alla cultura aziendale, più che alla politica.

I grandi sistemi e la grande politica

La Spagna mostra cosa accade quando ambizioni elevate si scontrano con limiti politici. BBVA ha lanciato un’offerta ostile su Banco Sabadell, con l’obiettivo di creare una delle maggiori banche retail d’Europa. Dopo una lunga battaglia, solo una minoranza degli azionisti di Sabadell ha sostenuto l’operazione, mentre il governo aveva già espresso preoccupazioni su occupazione e concentrazione locale. Anche da un punto di vista legale, la struttura della fusione avrebbe richiesto anni per essere pienamente realizzata.

La Francia ha scelto una strada più discreta, puntando su una razionalizzazione interna. Société Générale sta fondendo la propria rete retail con quella di Crédit du Nord, sotto un unico marchio, SG, con l’obiettivo chiaro di ridurre i costi chiudendo filiali e sistemi duplicati.

La Germania resta un territorio dominato da un gran numero di piccoli istituti. Le casse di risparmio e le banche cooperative continuano a svolgere un ruolo centrale nel credito locale, spesso con forti legami con la politica regionale. Il numero di istituzioni continua a diminuire anno dopo anno, grazie a fusioni tra soggetti più deboli e più solidi, ma il ritmo resta costante e graduale, piuttosto che spettacolare.

In tutti questi Paesi, emerge un chiaro filo conduttore: il consolidamento interno è tollerato, anzi talvolta favorito, purché non provochi scossoni troppo visibili. Le operazioni transfrontaliere, invece, restano complesse, e i governi continuano a osservare da vicino ogni mossa che possa cambiare la bandiera nazionale sulla sede centrale di una banca.

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Fonte: Banca Centrale Europea (BCE), Dealogic, stime di BG Saxo

I rischi nascosti dietro le fusioni

Il primo rischio è legato all’esecuzione. Le migrazioni IT, i cambi di brand e la chiusura delle filiali sono processi complessi. Operazioni come quella di SG in Francia o AL Sydbank in Danimarca richiedono anni di lavoro meticoloso prima che i risparmi promessi si riflettano nei conti.

Il secondo rischio riguarda la governance. Le indagini in corso in Italia su MPS e Mediobanca mettono in luce come club ristretti di azionisti, tattiche aggressive o una scarsa trasparenza possano sfociare in problemi legali e normativi.

Il terzo rischio è quello politico. I governi possono ritardare o bloccare le operazioni, come è accaduto in Spagna, oppure imporre condizioni che ne riducono i benefici attesi. Anche le autorità di vigilanza possono chiedere alle banche risultanti da una fusione di aumentare il capitale, rallentando così la crescita dei dividendi.

La strategia per gli investitori

Per gli investitori con un orizzonte di lungo periodo, il consolidamento bancario andrebbe considerato più come un quadro di riferimento che come una scommessa tattica:

  • Concentrarsi sull’efficienza dei costi, non solo sulle notizie di fusione. Monitorare il rapporto costi/ricavi nel tempo è più utile che seguire solo i titoli dei giornali.
  • Analizzare la struttura proprietaria e la governance. Partecipazioni incrociate complesse o una forte presenza dello Stato possono aumentare sia i rischi sia le tutele.
  • Pensare in termini di scenari. Come cambia la traiettoria della banca se la fusione pianificata fallisce o se il clima politico diventa ostile?
  • Diversificare per Paese e modello di business. Non puntare tutto su un unico “vincitore” del consolidamento bancario.

Dalle mega-fusioni a una silenziosa riscrittura: come interpretare il nuovo volto delle banche europee

L’ondata di fusioni in Europa è reale, ma assomiglia più a una risistemazione prudente dei confini esistenti che a una vera mappa nuova e senza frontiere. Al posto di pochi grandi campioni continentali, vediamo gruppi nazionali più solidi, strutture interne più ordinate e una lunga serie di piccole fusioni locali che diventano significative solo se osservate con una visione d’insieme. Per i clienti, spesso tutto si traduce in un nuovo logo e qualche filiale in meno. Per gli investitori, invece, il risultato è un mix di maggiore scala, potenziale crescita dei dividendi, e una rete di rischi di governance e politici che variano molto da Paese a Paese.

In un mondo in cui il nome della tua banca può cambiare più spesso del tasso del tuo mutuo, il vero vantaggio non sta nel prevedere la prossima grande fusione, ma nel capire chi controlla davvero ciascun istituto, con quanta cura viene eseguita la strategia, e quanto è solido e resiliente il tuo portafoglio se la mappa bancaria dovesse continuare a cambiare.






Questo contenuto è materiale di marketing. Nessuna delle informazioni e analisi qui contenute costituisce consulenza in materia di investimenti. Il trading comporta rischi e le performance passate non sono un indicatore affidabile della performance futura. In questo contenuto potrebbero essere citati strumenti emessi da società partner, dalle quali la Capogruppo Saxo riceve pagamenti o retrocessioni. 

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