Previsioni Oltraggiose
Oro alla patria? No, questa volta oro ai cittadini
Ruben Dalfovo
Investment Strategist
Investment Strategist
I risultati più recenti di Oracle, pubblicati a mercati USA chiusi il 10 giugno 2026, si presentano solidi: accelerazione della crescita nel cloud, portafoglio contratti in espansione e una guidance ancora orientata alla crescita. Per una società software “tradizionale”, sarebbe sufficiente per rassicurare il mercato.
Ma Oracle non è più una semplice storia software: sta evolvendo in un fornitore di infrastrutture per l’intelligenza artificiale, noleggiando potenza di calcolo su larga scala a chi sviluppa e utilizza modelli di IA.
Una trasformazione promettente, ma estremamente capital intensive. Dopo la chiusura a 201,26 USD del 10 giugno, il titolo ha perso fino al 12% nell’after-hours dell’11 giugno: il mercato ha guardato più alla spesa per i data centre che alla crescita headline.
Oracle è storicamente nota per il database software, ma oggi offre anche applicazioni aziendali e servizi cloud, ossia capacità di calcolo e software distribuiti via internet.
Nel trimestre, i ricavi totali sono cresciuti del 21% a 19,2 miliardi di USD, mentre la divisione cloud infrastructure ha registrato un balzo del 93% a 5,8 miliardi di USD, l’area su cui si concentra maggiormente l’attenzione, vista l’intensità computazionale richiesta dai modelli di IA.
Altro elemento chiave: la remaining performance obligation, ricavi già contrattualizzati ma non ancora riconosciuti, ha raggiunto i 638 miliardi di USD, in forte aumento su base annua.
Per gli investitori, questo è il segnale più convincente: Oracle non costruisce data centre “sulla fiducia”. La domanda è già formalizzata in contratti di grandi dimensioni, molti legati a carichi di lavoro IA (tra cui OpenAI e altri player rilevanti).
Un po’ come un hotel con molte camere già prenotate prima ancora del completamento: positivo, ma con un rovescio della medaglia. Servono ancora cemento, energia, sistemi di raffreddamento e capitale paziente.
La reazione del mercato non riguarda la domanda, ma il livello di spesa.
Il capex, investimenti in asset di lungo periodo come data centre, server e chip, ha raggiunto circa 16,5 miliardi di USD nel trimestre chiuso il 31 maggio 2026. Sull’intero esercizio, la spesa è salita a 55,7 miliardi di USD, oltre la precedente guidance di 50 miliardi.
E il prossimo anno si preannuncia ancora più impegnativo: Oracle prevede circa 70 miliardi di USD di capex netto nel FY2027 (con possibili valori più elevati a livello reported per anticipi sulle forniture) e punta a raccogliere circa 40 miliardi di USD tra debito ed equity.
L’infrastruttura cloud non è paragonabile al software tradizionale. Il software “classico” si distribuiva infinite volte con margini elevati; l’infrastruttura per l’IA assomiglia più alla costruzione di una centrale elettrica: può generare flussi di cassa interessanti nel lungo periodo, ma richiede ingenti investimenti iniziali. Questo cambia la domanda per gli investitori: non più solo “quanto può crescere Oracle?”, ma “quanto capitale serve per crescere e quale ritorno può generare?”. È un interrogativo che si sta estendendo a tutta la filiera dell’IA.
I risultati di Oracle sono un ulteriore segnale del passaggio da “idea IA” a infrastruttura. La prima fase ha premiato i fornitori di “pale e picconi” (chip avanzati); la prossima metterà alla prova chi costruisce le “miniere”. La strategia di Oracle non è sbagliata: grandi contratti, anticipi dai clienti e GPU fornite dagli stessi clienti contribuiscono a ridurre parte della pressione sul funding. E la domanda sulla piattaforma cloud è in accelerazione. Ma il mercato si fa più selettivo: si chiede se l’infrastruttura IA sia in grado di generare ritorni sostenibili, al netto di ammortamenti, costo del capitale e concorrenza. Il tema dell’ammortamento è cruciale, perché i server IA invecchiano più rapidamente rispetto all’hardware tradizionale. Il punto chiave è che, nell’IA, crescita e profittabilità non sempre viaggiano insieme. I ricavi possono crescere rapidamente mentre il free cash flow (cassa post-investimenti) resta sotto pressione. Non è necessariamente un segnale negativo, ma richiede fiducia su domanda futura, pricing ed execution.
Finanziamento: ricorso a più debito o a nuova equity oltre le attese può alimentare timori di diluizione e pressione sul bilancio.
Concentrazione clienti: i mega-contratti IA garantiscono visibilità, ma espongono a pochi clienti chiave. Rinvi, rinegoziazioni o migrazioni di carichi possono avere impatti immediati.
Ritorni: i data centre richiedono terreni, energia, raffreddamento, chip e tempo. Se prezzi o tassi di utilizzo deludono, o se i chip diventano obsoleti più rapidamente del previsto, i ritorni futuri si comprimono.
I numeri di Oracle non raccontano la classica dinamica “trimestre forte, reazione debole”. Indicano una direzione più ampia del mercato IA: credere nella domanda è relativamente facile; più complesso è capire chi saprà costruire capacità, finanziarla in modo efficiente e generare ritorni dopo aver sostenuto i costi. Oracle ha una domanda solida e un’opportunità ampia, ma anche un significativo impegno di capitale a bilancio. La lezione, valida ben oltre il singolo titolo, è semplice: nel boom dell’IA non vinceranno solo le storie più promettenti, ma chi saprà sostenere gli investimenti senza far saltare il contatore.
Questo contenuto è materiale di marketing. Nessuna delle informazioni e analisi qui contenute costituisce consulenza in materia di investimenti. Il trading comporta rischi e le performance passate non sono un indicatore affidabile della performance futura. In questo contenuto potrebbero essere citati strumenti emessi da società partner, dalle quali la Capogruppo Saxo riceve pagamenti o retrocessioni.