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Dal petrolio alla tavola: la crisi dei fertilizzanti nel Golfo minaccia i raccolti globali

Materie Prime
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Ole Hansen

Head of Commodity Strategy

Punti chiave

  • La guerra in Medio Oriente si sta trasformando da uno shock energetico ad uno shock sui fertilizzanti e sulle materie prime alimentari.
  • Il predominio del Golfo nelle esportazioni di ammoniaca e urea deriva dall’abbondanza di gas naturale, componente essenziale per la produzione dei fertilizzanti azotati.
  • I primi segnali di mercato mostrano forza negli oli commestibili e in alcune colture, indicando dove lo stress energetico e degli input emerge per primo.
  • Interruzioni prolungate rischiano di ridurre le semine, limitare l’uso di fertilizzanti e, in ultima analisi, compromettere i rendimenti agricoli globali.

Ciò che inizialmente era un’interruzione nei flussi di petrolio e carburante si sta trasformando in una minaccia più ampia per la produzione alimentare globale. Con le esportazioni di ammoniaca e urea dal Golfo quasi ferme a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, l’attenzione si sta spostando su uno degli input più cruciali dell’agricoltura moderna: i fertilizzanti azotati. Il rischio non riguarda più solo l’aumento dei prezzi energetici, ma si estende all’economia agricola, ai rendimenti delle colture e, in ultima analisi, ai prezzi alimentari.

Il Medio Oriente riveste un ruolo fondamentale nei mercati globali dei fertilizzanti grazie al gas naturale. L’ammoniaca (componente chiave della maggior parte dei fertilizzanti azotati, compresa l’urea) viene prodotta utilizzando il gas come materia prima principale. L’accesso a gas abbondante e relativamente economico ha permesso ai produttori del Golfo di diventare leader mondiali, rappresentando quasi metà del commercio globale di urea e circa un terzo delle esportazioni di ammoniaca. Qualsiasi interruzione in questi flussi genera ripercussioni su scala globale, soprattutto in una fase in cui le catene di approvvigionamento sono già sotto pressione.

L’azoto non è un semplice ingrediente: è un pilastro dell’agricoltura ad alta produttività. Colture come grano, mais, riso, cotone, colza e canna da zucchero dipendono fortemente dai fertilizzanti per ottenere rendimenti elevati. Quando la disponibilità si riduce o i prezzi aumentano, gli agricoltori sono costretti ad adattarsi. Questo può significare ridurre le dosi, passare a colture meno dipendenti dall’azoto, come soia e legumi (lenticchie, piselli, ceci), oppure ridurre le superfici coltivate. Ogni scelta ha un impatto diretto sulla produzione.

Il meccanismo di trasmissione è complesso: la disponibilità di fertilizzanti diminuisce a causa delle interruzioni delle esportazioni; i prezzi aumentano rapidamente per via dei maggiori costi del gas naturale e dei problemi logistici; i costi di diesel e trasporto salgono, incidendo su semina, irrigazione, raccolta e distribuzione. L’effetto combinato di questi fattori sta comprimendo i margini delle aziende agricole in tutto il mondo.

L’Australia offre un esempio precoce di come questa dinamica si stia manifestando. Gli agricoltori di grano, tra i principali esportatori mondiali, stanno riducendo le semine a causa delle preoccupazioni legate alla disponibilità e ai costi dei fertilizzanti. Questo mostra quanto rapidamente un problema di approvvigionamento locale possa tradursi in rischi di produzione a livello globale. L’effetto non inizia al momento del raccolto, ma nel momento in cui gli agricoltori prendono decisioni sugli input e sulle superfici coltivate.

I prezzi di mercato stanno iniziando a riflettere questi sviluppi, sebbene in modo non uniforme. Gli oli commestibili guidano l’aumento, con olio di palma e olio di soia in forte rialzo, sostenuti dal legame con la domanda di biocarburanti e dai prezzi energetici più elevati. Allo stesso tempo, la siccità in alcune regioni degli Stati Uniti ha spinto al rialzo il prezzo del grano HRW e del cotone. Quest’ultimo beneficia anche dell’aumento dei costi delle fibre sintetiche derivate dai combustibili fossili, migliorandone la competitività relativa.

La reazione nei futures agricoli, tuttavia, rimane irregolare. Alcuni contratti non hanno ancora incorporato pienamente il rischio di uno shock prolungato sugli input, suggerendo che il mercato si trovi ancora nelle fasi iniziali dell’elaborazione delle implicazioni più ampie. È un pattern coerente con gli episodi passati, in cui le pressioni sui costi derivanti dall’energia impiegano tempo a trasmettersi ai prezzi alimentari.

Storicamente, esiste una correlazione significativa tra l’aumento dei costi energetici e l’incremento dei prezzi alimentari: petrolio e gas naturale spiegano circa il 64% dei movimenti dei prezzi nel settore food. Questo riflette il ruolo cruciale dell’energia lungo tutta la filiera: dalla produzione di fertilizzanti alle attività in campo, fino alle fasi di lavorazione, trasporto e distribuzione. L’attuale contesto rafforza questo legame, aggiungendo un ulteriore livello di rischio dovuto all’interruzione fisica delle catene di fornitura. Lo Stretto di Hormuz non è solo un passaggio strategico per il petrolio: è anche un’arteria fondamentale per il commercio mondiale dei fertilizzanti.

Il principale rischio prospettico è che ciò che è iniziato come uno shock energetico evolva in una restrizione più persistente nella disponibilità di azoto, elemento chiave per la produttività agricola globale. Se le carenze di fertilizzanti dovessero protrarsi, l’impatto potrebbe estendersi dai soli costi più elevati a una riduzione effettiva della produzione, aumentando la probabilità di scorte alimentari più limitate e di una pressione aggiuntiva sui prezzi nei prossimi mesi.

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Il Golfo Persico è un importante fornitore di greggio, gas, prodotti energetici e fertilizzanti – Fonte: US Trade and Development
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Brent crude e BCOM Agriculture Index – Fonte: Bloomberg & Saxo
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Materie prime agricole: variazioni dei prezzi dall’inizio della guerra nel Golfo – Fonte: Bloomberg & Saxo
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