Previsioni Oltraggiose
Oro alla patria? No, questa volta oro ai cittadini
Ruben Dalfovo
Investment Strategist
Head of Commodity Strategy
Riassunto: l’oro rimane sopra i 5.000 USD mentre i mercati affrontano un forte shock dell’offerta energetica che aumenta i rischi inflazionistici e mette sotto pressione la crescita globale. Nonostante i venti contrari di breve periodo legati a rendimenti più alti e a un dollaro forte, le tensioni geopolitiche e l’incertezza fiscale continuano a sostenere le prospettive di lungo termine dei metalli preziosi.
L’oro ha mostrato qualche segnale di fatica nelle ultime settimane, nonostante l’intensificarsi delle tensioni in Medio Oriente e l’aumento dell’incertezza macro globale. I prezzi restano sopra i 5.000 USD, ma l’assenza di un movimento più deciso in un contesto geopolitico così teso ha sollevato interrogativi tra molti investitori.
Il mercato si trova oggi ad affrontare una delle interruzioni più rilevanti delle forniture energetiche degli ultimi decenni. Il blocco del flusso di petrolio, gas e carburanti raffinati dal Golfo Persico ha innescato forti rialzi su diverse materie prime, dal greggio al gas naturale, dal diesel all’LNG fino ai fertilizzanti. Questi incrementi alimentano il rischio di un nuovo shock inflazionistico e allo stesso tempo minacciano la crescita globale, delineando un ambiente che può sfociare in condizioni di stagflazione.
In questo scenario, la reazione moderata dell’oro può sembrare controintuitiva. Una parte della spiegazione risiede però nel ruolo dell’oro come uno degli asset più liquidi nel complesso delle materie prime. Nelle fasi di forte stress, gli investitori spesso cercano di liberare liquidità: l’oro diventa quindi una fonte immediata di capitale per coprire margin call o riequilibrare le posizioni. Questa dinamica ha contribuito alla fase laterale osservata nei prezzi.
Parallelamente, il mercato dei tassi a breve ha corretto in modo significativo le aspettative, riducendo quasi a zero la probabilità di tagli della Fed nel 2026. Il rafforzamento del dollaro e il rialzo dei rendimenti reali hanno aggiunto ulteriore pressione sull’oro nel breve termine. Rendimenti reali più elevati tendono infatti a ridurre l’appeal degli asset privi di cedola, soprattutto quando il rialzo delle materie prime viene interpretato come un rischio inflazionistico che potrebbe spingere verso politiche monetarie più restrittive.
C’è il rischio concreto di sottovalutare la natura dello shock in corso. L’aumento dei prezzi energetici è infatti soprattutto il risultato di una contrazione dell’offerta, non di un boom della domanda. Storicamente, gli shock dal lato dell’offerta hanno implicazioni macro molto diverse: tendono ad agire come una tassa sulla crescita, più che indicare un’economia surriscaldata che richiede tassi d’interesse più elevati.
Se queste tensioni dovessero persistere, gli shock energetici potrebbero rallentare le economie a maggiore intensità energetica, come Stati Uniti ed Europa. In tale scenario, la Federal Reserve potrebbe trovarsi davanti a compromessi delicati di politica monetaria. Sebbene i maggiori costi energetici possano spingere verso l’alto l’inflazione headline, un indebolimento del ciclo economico potrebbe indurre i policymaker a privilegiare il sostegno alla crescita, piuttosto che mantenere condizioni finanziarie rigidamente restrittive.
Riteniamo che la posizione del mercato, secondo cui la Federal Reserve eviterà tagli dei tassi, possa rivelarsi prematura. Se il momentum economico dovesse deteriorarsi in modo significativo, l’orientamento della politica monetaria potrebbe spostarsi verso la stabilizzazione dell’attività anziché concentrarsi esclusivamente sull’inflazione generata dalle restrizioni dell’offerta.
Le ragioni strutturali che negli ultimi anni hanno sostenuto la forte domanda di oro da parte degli investitori restano intatte, e in alcuni casi risultano persino rafforzate. Le tensioni geopolitiche continuano a incrementare la domanda di asset rifugio, mentre le persistenti preoccupazioni fiscali, specie negli Stati Uniti, mantengono viva l’attenzione degli investitori sulla stabilità valutaria e sulla protezione del potere d’acquisto.
Sebbene la domanda delle banche centrali, uno dei fattori chiave del mercato dell’oro negli ultimi anni, possa attenuarsi con il rialzo dei prezzi, la motivazione strategica predominante rimane valida: diversificare il rischio valutario e geopolitico. L’oro continua a essere percepito come un efficace elemento di diversificazione rispetto a asset tradizionali come le obbligazioni sovrane.
All’interno di questo contesto complesso, manteniamo una visione costruttiva sul comparto dei metalli preziosi. Nonostante la volatilità attuale e le vendite dettate dalla ricerca di liquidità possano favorire fasi di consolidamento, il quadro macro complessivo rimane favorevole. Le tensioni geopolitiche persistenti e l’incertezza fiscale creano infatti un ambiente strutturalmente positivo per i beni materiali.
Rimane l'ottimismo sull'oro che potrebbe proseguire nei prossimi trimestri la sua corsa verso i 6.000 USD nei prossimi trimestri. Qualora questo scenario si materializzasse, anche l’argento potrebbe estendere i propri progressi, con la possibilità di superare la soglia dei 100 USD. Oltre tali livelli, tuttavia, il mercato potrebbe iniziare a scontrarsi con alcuni limiti, poiché prezzi più elevati tendono a ridurre la domanda industriale e a incentivare una maggiore offerta derivante dal riciclo.