Previsioni Oltraggiose
Oro alla patria? No, questa volta oro ai cittadini
Ruben Dalfovo
Investment Strategist
Nel finale del Q2 i titoli legati all’IA sono tornati con forza, soprattutto nei semiconduttori e nell’hardware, i segmenti che più chiaramente beneficiano, o assorbono, l’enorme ondata di capex destinata ad ampliare la capacità dei data centre. Nei prossimi uno‑due trimestri, tuttavia, questi titoli potrebbero rallentare, man mano che il mercato inizierà a interrogarsi sulla sostenibilità delle attuali traiettorie di crescita. In sintesi, potremmo entrare in una fase di azionario più irregolare. In parallelo, questo outlook trimestrale si concentra anche sulla nuova fase della Fed con Kevin Warsh alla guida e sulle opportunità nei minerali critici e in altre materie prime.
La matematica della crescita IA: nel Q3 emerge una crepa nelle stime?
Verso fine Q2, l’IPO di SpaceX ha reso Elon Musk, almeno sulla carta, il primo trilionario, grazie al collocamento di una piccola quota e a una raccolta record di 87,5 miliardi di dollari. SpaceX occupa una posizione particolare nel tema IA: la story combina leadership nei lanci spaziali, con un ritmo difficilmente replicabile, e la visione secondo cui i data centre non possano scalare a sufficienza sulla Terra e debbano quindi migrare nello spazio. In questo scenario, il freddo cosmico e l’energia solare continua potrebbero, almeno teoricamente, sostenere una domanda nell’ordine di decine di trilioni. Nel frattempo, però, l’azienda registra perdite miliardarie sui data centre terrestri e affitta capacità ad altri player dell’IA, come Anthropic, segnale che l’infrastruttura disponibile non trova ancora impieghi sufficientemente redditizi.
Al di là delle attività più consolidate, come i lanci e Starlink, le sfide dell’IA “terrestre” di SpaceX riflettono dinamiche più ampie. Il ritmo di spesa dei grandi hyperscaler, Oracle, Meta, Amazon, Microsoft e Google, non solo si è mantenuto elevato, ma ha continuato ad accelerare negli ultimi mesi.
Gli effetti sul mercato sono stati molteplici
Grafico: i “Big Five” hyperscaler vs l’indice Philadelphia SOX dei semiconduttori. Il grafico sottostante mostra un indice a pesi uguali dei cinque principali costruttori di data centre, Google, Meta, Amazon, Microsoft e Oracle, indicizzato a 100 al 1° settembre 2025, circa una settimana prima dell’annuncio di Oracle di investimenti molto rilevanti per espandere la capacità. La linea blu rappresenta il Philadelphia Semiconductor Index, composto da 40 titoli, oltre metà dei quali era in rialzo di oltre il 100% a metà giugno 2026. Il confronto evidenzia come i maggiori investitori in capacità di data centre, pur con la buona performance di Google, abbiano reso meno rispetto ai produttori di componenti che assorbono gran parte della spesa, in particolare memoria e storage. Il divario è ancora più evidente guardando ai produttori di storage, che non sono inclusi nel SOX e risultavano in rialzo di circa il 300%, e a Sandisk, attiva nella memoria flash, che segnava circa +750% a metà giugno.
In sintesi: gli investimenti in capitale legati all’IA nel 2026 sono attesi oltre gli 800 miliardi di dollari e dovrebbero continuare a crescere nei prossimi anni. Per giustificare cifre di questa entità, le aziende dovranno generare ricavi ben superiori, in modo continuativo, con margini idealmente vicini a quelli dei modelli di business più redditizi, spesso caratterizzati da forti vantaggi competitivi.
Questo implica centinaia di miliardi di utili aggiuntivi post‑tasse rispetto ai livelli attuali. La domanda è: da dove arriveranno? Dalla sostituzione degli operatori esistenti? Dall’automazione del lavoro?
In breve, l’IA resta un tema trasformativo nel lungo periodo, ma nel breve il ritmo della spesa e la redditività della sua adozione potrebbero essere messi alla prova.
Questo outlook è stato redatto poco prima del FOMC del 17 giugno, il primo presieduto da Kevin Warsh. Sul piano ideologico, Warsh rappresenta una discontinuità nella storia recente della Fed, la più marcata dai tempi del passaggio da Greenspan a Bernanke nel 2006. Si era dimesso dal Board nel 2011, esprimendo perplessità sulla direzione della banca centrale, in particolare dopo il QE2. La sua posizione si colloca tra quelle più critiche verso una Fed troppo interventista, incline a ricorrere a misure straordinarie e a fare affidamento sulla fiducia dei mercati come motore della crescita. Ha inoltre sostenuto la necessità di ridurre il bilancio della banca centrale e di limitare la comunicazione prospettica, per evitare di vincolarsi a scenari difficili da mantenere.
Ecco le principali sfide che lo attendono
Il costo del debito pubblico USA. All’inizio del 2026 il costo annuo di servizio ha superato il precedente record, pari al 3,15% del PIL. Tesoro e Fed dovranno ridurre questo onere: favorendo una crescita economica superiore ai tassi di policy, tagliando i tassi stessi, oppure canalizzando il risparmio verso i Treasury. In sintesi, lo spazio per un orientamento realmente restrittivo è limitato.
La crescita nominale deve superare i rendimenti. In un’economia altamente indebitata, è essenziale che la crescita nominale resti superiore ai rendimenti dei Treasury. In assenza di monetizzazione del debito, opzione a cui Warsh sarebbe contrario, Fed e Tesoro dovranno reagire con decisione a eventuali segnali di rallentamento, un rischio sempre più rilevante nel Q3 e oltre. Le dichiarazioni iniziali possono apparire restrittive, ma resta da capire fino a che punto siano sostenibili per mercati e finanza pubblica.
“La Borsa è l’economia”. Dalla crisi finanziaria globale in poi, il gettito federale dipende sempre più dalle plusvalenze azionarie. In presenza di deficit già elevati, eventuali correzioni dei mercati potrebbero avere effetti rapidi. L’effetto ricchezza continua a sostenere consumi e fiducia, soprattutto tra le fasce più abbienti. Tuttavia, politiche di sostegno ripetute agli asset finanziari hanno anche ampliato le disuguaglianze. La sfida, condivisa da Warsh e dal Tesoro, è rafforzare l’economia reale più che i mercati finanziari, ma resta da vedere con quali strumenti.
Allineamento con l’agenda economica dell’amministrazione Trump. Oltre alla pressione per tassi più bassi, la priorità è la ricostruzione di catene di fornitura meno dipendenti dalla Cina. Questo implica politiche mirate, tra sussidi selettivi e condizioni finanziarie favorevoli per settori strategici. Al contrario, comparti già sostenuti in passato potrebbero essere lasciati più esposti alle condizioni di mercato.
Conclusione: la Fed guidata da Warsh potrebbe avere margini di manovra limitati, alla luce della necessità di contenere il costo del debito pubblico. Il ruolo del Tesoro potrebbe quindi diventare più centrale, con la Fed in funzione di supporto. In ogni caso, sarà difficile evitare un’impostazione complessivamente accomodante, necessaria affinché la crescita nominale resti superiore ai rendimenti dei Treasury. Più che un ritorno a interventi generalizzati, è probabile un approccio più mirato e selettivo.
Grafico: prezzo spot dell’oro in USD. L’oro ha toccato a inizio anno un massimo poco sotto i 5.600 dollari per oncia, in un rally significativo sostenuto anche dall’indebolimento del dollaro fino a metà gennaio, dopo la rottura della resistenza pluriennale poco sopra i 2.000 dollari a inizio 2024. Da allora, il prezzo è entrato in una fase di consolidamento, con un minimo poco sopra i 4.000 dollari nel Q2, dinamica che potrebbe proseguire nel breve periodo. Nel medio‑lungo termine, tuttavia, se le autorità continueranno a sostenere una crescita nominale superiore ai tassi di policy, quindi con tassi reali contenuti, l’oro resta un pilastro di portafoglio. Il potenziale di rialzo appare superiore al rischio di ribasso, in un contesto in cui le valute fiat tendono a svalutarsi per ridurre il peso reale dei debiti pubblici e privati.
La guerra con l’Iran, esplosa a fine febbraio, ha provocato la maggiore interruzione delle forniture di greggio nella storia recente. Era la nostra principale preoccupazione per il Q2: nonostante il blocco prolungato del traffico nello Stretto di Hormuz, oltre quanto ritenessimo sostenibile per l’economia globale, i prezzi del petrolio non si sono sganciati dai range storici e la fiducia dei mercati azionari è rimbalzata rapidamente dopo il sell off di marzo. La differenza rispetto alle crisi di offerta del passato è stata il marcato calo delle importazioni cinesi. Pechino ha attinto alle ampie riserve strategiche e alla resilienza del proprio sistema energetico, sostenuta dall’espansione del carbone e da una maggiore quota di rinnovabili, in particolare il solare. Inoltre, la vasta flotta di veicoli elettrici ha potuto contare sull’elettricità anziché sulla benzina.
Detto questo, come approfondiamo nella sezione dedicata alle materie prime, per evitare uno shock energetico all’inizio del Q3 sarà necessaria una rapida normalizzazione dei flussi nello Stretto di Hormuz. Le scorte di greggio e prodotti raffinati (benzina,diesel,ecc.) restano estremamente basse, nonostante il calo dei prezzi legato alle attese di tregua a giugno. Tregua che potrebbe rivelarsi fragile nel Q3 e oltre, a seconda degli sviluppi negoziali: finanziamenti per la ricostruzione iraniana, sblocco degli asset congelati, gestione del materiale nucleare ad alto arricchimento e, non da ultimo, una possibile de‑escalation di Israele nei confronti di Hezbollah.
In sintesi: oltre a petrolio e gas naturale, manteniamo una visione costruttiva su gran parte delle materie prime fisiche, dai minerali critici ai metalli di base come il rame. Il tema dei materiali critici resterà centrale per anni, mentre Stati Uniti e altre grandi economie cercheranno di costruire catene di fornitura meno dipendenti dal predominio cinese, con inevitabili fasi di volatilità e interesse speculativo su società minerarie e di raffinazione.
Azionario globale e settori. Il nostro scenario base non prevede la fine del bull market nel Q3, ma l’avvio di una fase più irregolare che potrebbe evolvere in una correzione più ampia tra fine anno e inizio del prossimo. Il principale vento contrario è rappresentato dai dubbi sulla sostenibilità dei ritmi di spesa legati all’IA nei settori che hanno trainato gli indici ponderati per capitalizzazione. In parallelo, potrebbero emergere nuove leadership in materiali, energia e difesa.
Obbligazionario. Non ci attendiamo movimenti estremi sui rendimenti globali. La crescita nominale dovrà restare robusta per mantenere le economie in linea, e progressivamente al di sopra, dei livelli reali di debito. I recenti cicli di rialzo risultano in larga parte già incorporati nei prezzi e difficilmente si estenderanno senza un nuovo shock energetico. Come evidenziato, la Fed ha margini limitati per una svolta restrittiva e, in presenza di debolezza nel Q3, potrebbe anticipare un allentamento.
Valute. Manteniamo una visione ribassista di lungo periodo sul dollaro USA, ma il Q3 potrebbe essere troppo presto per un trend discendente stabile. Gli Stati Uniti potrebbero dover introdurre misure di “repressione finanziaria leggera” per garantire il corretto funzionamento del mercato dei Treasury e la sostenibilità del debito. Il concetto della “valuta meno debole” ha limiti evidenti: la dimensione del problema del debito USA è senza precedenti e le istituzioni tendono ad agire in anticipo. In un contesto di Fed relativamente più accomodante, il dollaro potrebbe rimanere sotto pressione.
Materie prime: petrolio e metalli preziosi. Per il greggio, una riapertura effettiva dello Stretto di Hormuz potrebbe inizialmente esercitare pressione sui prezzi, con il rientro sul mercato dei barili bloccati e un Brent verso area 80 dollari. Tuttavia, riteniamo sottovalutate le conseguenze di medio periodo della recente disruption, che ha eroso scorte commerciali e strategiche.
La ripresa della produzione del Golfo, la ricostituzione degli stock e il ripristino delle riserve strategiche richiederanno tempo, mentre diversi Paesi asiatici potrebbero aumentare le scorte di sicurezza. Prezzi energetici più bassi possono sostenere la domanda, ma la capacità di stoccaggio galleggiante è stata in larga parte utilizzata: il mercato ha, di fatto, anticipato barili futuri. Nel complesso, la ricostruzione delle scorte e un premio geopolitico persistente dovrebbero mantenere i prezzi dell’energia sopra i livelli pre guerra per un periodo prolungato.
Oro: tornano i driver di lungo periodo. Con il progressivo rientro delle tensioni energetiche, tornano centrali i driver di lungo periodo. L’oro ha risentito del conflitto iraniano per l’aumento delle attese di inflazione, dei rendimenti e del dollaro, ma con la normalizzazione ci aspettiamo un ritorno di attenzione sui fattori strutturali che hanno sostenuto il bull market: domanda delle banche centrali, timori legati ai deficit e alla sostenibilità del debito, e un contesto di inflazione più moderata che potrebbe ridurre la pressione sui rendimenti.
La volatilità nel breve può persistere dopo la recente correzione, ma la tesi di lungo periodo resta intatta: con l’attenuarsi dello shock energetico, l’oro torna a svolgere un ruolo chiave come diversificatore di portafoglio e copertura rispetto all’incertezza fiscale e monetaria.