Previsioni Oltraggiose
Oro alla patria? No, questa volta oro ai cittadini
Ruben Dalfovo
Investment Strategist
Il Bloomberg Commodity Total Return Index è balzato nell’ultima settimana, trainato quasi interamente dal comparto energetico, mentre le tensioni geopolitiche in Medio Oriente sono tornate a dominare l’andamento dei prezzi. L’energia ha guadagnato quasi il 9%, sovraperformando nettamente metalli industriali, agricoli e soft commodity, mentre i metalli preziosi restano l’unico comparto in calo.
L’ultima escalation è iniziata dopo un attacco a una petroliera iraniana che ha spinto gli Stati Uniti a lanciare nuovi raid, per poi accelerare bruscamente quando il presidente Trump ha ripristinato il blocco nei confronti dell’Iran e annunciato un dazio del 20% su tutti i carichi in transito nello Stretto di Hormuz. Il Brent ha reagito con il maggiore rialzo giornaliero degli ultimi tre mesi, oltre il 10%, estendendo poi i guadagni sopra gli USD 86 al barile mentre i trader ricoprivano posizioni corte e rivalutavano il rischio di nuove interruzioni dell’offerta nel Golfo Persico.
Nonostante il recente balzo, diversi fattori continuano a rendere meno probabile un’estensione del rialzo fino a USD 100 al barile.
Primo: il mercato è passato al contratto Brent di settembre, per cui i prezzi riflettono sempre più la domanda oltre il picco estivo dell’emisfero nord. La domanda stagionale delle raffinerie tende infatti ad affievolirsi da fine agosto, riducendo parte della pressione immediata sul greggio.
Secondo: la Cina continua a rappresentare un importante contrappeso ai timori sull’offerta. Lo scorso mese le importazioni di greggio sono scese ai minimi da quasi un decennio, con minori lavorazioni da parte delle raffinerie a fronte di una domanda domestica debole e di un contesto economico ancora incerto. Se i prezzi continueranno a salire, Pechino probabilmente agirà con cautela, ricostituendo le scorte solo gradualmente per evitare di alimentare ulteriormente il rialzo. In passato, la debolezza della domanda cinese ha spesso contribuito a stabilizzare il mercato durante le fasi di tensione geopolitica.
Infine, pur restando uno dei punti più sensibili del sistema energetico globale, il mercato riconosce che Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di infrastrutture in grado di aggirare parte dello Stretto di Hormuz. Queste rotte non possono sostituire integralmente le esportazioni provenienti dal Golfo, in particolare quelle di Iraq, Kuwait, Qatar e Iran, ma riducono il rischio di un’interruzione totale delle forniture regionali.
Se il greggio racconta solo una parte della storia, i prodotti raffinati delineano un quadro molto più teso. Il diesel continua a essere l’asset con la migliore performance nel panorama delle commodity: sia il gasolio europeo sia i futures statunitensi ULSD sono saliti di circa il 18% nell’ultima settimana. Nello stesso periodo, il gas naturale europeo ha guadagnato quasi il 14%, portando il TTF olandese oltre EUR 53/MWh, sui massimi degli ultimi tre mesi.
A differenza del greggio, i prodotti raffinati dispongono di margini di manovra molto più limitati. Diverse raffinerie mediorientali restano coinvolte dagli effetti del conflitto e le restrizioni russe alle esportazioni di diesel continuano a comprimere l’offerta globale. Inoltre, la capacità di raffinazione mondiale rimane relativamente contenuta, impedendo che un aumento dell’offerta di greggio si traduca rapidamente in una maggiore produzione di diesel e benzina.
Ne consegue un forte ampliamento dei margini di raffinazione, che espone consumatori e imprese a costi energetici più coerenti con un Brent ben superiore ai livelli attuali. Per famiglie e aziende sono infatti i prezzi dei carburanti raffinati, e non quelli del greggio in sé, a determinare l’impatto economico di uno shock energetico.
Questa distinzione è importante perché prezzi elevati di diesel e benzina si trasferiscono direttamente ai costi di trasporto, manifattura, agricoltura e inflazione, con il rischio di frenare l’attività economica in misura maggiore rispetto a quanto suggerirebbero i soli prezzi del petrolio.
Negli ultimi mesi, il rialzo del petrolio ha rappresentato un ostacolo per i metalli preziosi, alimentando le aspettative d’inflazione, sostenendo i rendimenti obbligazionari e rafforzando il dollaro. Lo si è visto anche negli ultimi giorni: i Treasury statunitensi sono saliti, con il rendimento del biennale al 4,29%, mentre i mercati hanno aumentato le probabilità attribuite a ulteriori strette della Federal Reserve. Gli swap sui Fed Funds implicano ora circa il 50% di probabilità di un rialzo a luglio, con un aumento di 25 punti base pienamente prezzato entro settembre dopo i commenti del governatore Waller sulla necessità di continuare a contrastare l’inflazione di fondo. In un primo momento l’oro ha reagito di conseguenza, scendendo sotto la soglia psicologica di USD 4.000.
Con il Brent oltre USD 86, tuttavia, il metallo giallo ha smesso di arretrare: gli acquisti sono tornati a sostenere i prezzi, riportandolo sopra USD 4.000 nonostante petrolio, rendimenti e timori inflazionistici restassero elevati. È presto per affermare che la relazione inversa tra petrolio e oro si sia definitivamente spezzata. Tuttavia, il comportamento recente dei prezzi suggerisce che il mercato stia iniziando a guardare oltre le implicazioni inflazionistiche dell’energia più cara, concentrandosi sui rischi macroeconomici più ampi associati a uno shock energetico prolungato.
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